(come) nasce la scrittura / mg. 2010

I. conclusione in forma di introduzione

a Uruk, circa cinquemila anni fa, la scrittura nasce da un appiattimento del segno sul segno. da una semplificazione che in effetti è una irrorazione di complessità.

nasce cioè da un’adesione del segno esterno di un contenitore al segno interno tridimensionale, che significa(va) gli oggetti della transazione.

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II. storia

0 _ le fasi, in sintesi:

A _ merci di scambio nel mondo reale: commercio

B _ tokens [ = oggettini, segnacoli] che li rappresentano: contabilità

C _ tokens inseriti nella bulla: registrazione e conservazione

D _ segnature scritte sulla bulla, a significare i tokens: “semplificazione”

E _ schiacciamento/fine della bulla: nasce la scrittura bidimensionale, su tavoletta di creta

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1 _ (da A a E)

ci sono persone che scambiano delle merci. cibo, bestiame, manufatti, tessuti.

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editorialino intermedio e interrotto (gennaio 2019)

cambiare la lingua

Slowforward nasce nel 2003, e in tre periodi distinti (qui descritti) si è occupato, si occupa e prevede di occuparsi ancora per molto di scritture di ricerca, materiali anomali, margini della rete, margini delle scritture (nell)e intersezioni fra le arti, deviazioni e innovazioni ed errori, quindi glitch, non solo testuali, grafismi particolari, esperimenti di videoarte, semiosi interrotta, asemic writing. Tutto questo è, ovviamente, politica, anche.

Continuerà a fare i suoi percorsi nonostante il contesto politicamente e socialmente nero come quello presente, non smettendo di pensare la molteplicità, la complessità; proprio perché le semplificazioni, anche quelle bene intenzionate e ligie a una “didassi” (a volte anarchica e rigorosa, altre volte socialdemocratica, altre ancora deamicisiana), vanno in direzioni tanto plausibili quanto diverse. Alcune utili, perfino indispensabili, altre dignitose, pur se inclini al kitsch, altre nefaste, infine svianti.

Con ciò non si dice che complessità e ricerca siano sempre non nefaste. Anche e forse soprattutto in questa area selezionare – e selezionare se possibile severamente – è on top of the list, fra i compiti di un assai quantistico spazio web.

E parlare-riarticolare-differire, anche, è in cima: articolare differenze, all’interno e all’esterno delle increspature di segni di ciò che differenza già è (i parlanti = il linguaggio). Decidere e modulare un idioma o molti, iniettarli in più linguaggi, cambiarli (prassi nodale) in velocità. Fino a dover dichiarare la banalità di non rinunciare né a un’ipotassi antibarocca e anti-“estetica”, né a una paratassi nemica tanto del vocabolario forbito quanto di un ermetismo-preziosismo revenant tanto colto, tanto piacente-piacione al momento di angolare qualche brillìo di specchietto in direzione dell’accademia. (Di suo in verità sempre più spelacchiata e disarmata, asincrona e pure un po’ cornuta, l’università è di fatto un browser 1.0, che affoga nelle routine).

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su due anzi tre modi di scrittura (cliccare per leggere)


ritrovo, rileggo e riapprovo una notilla, questa:
https://slowforward.files.wordpress.com/2018/11/su-due-anzi-tre-modi-di-scrittura_-m-giovenale.pdf

tratta dal n. 18 (2015) de “L’Ulisse”, http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/03/ULISSE-182.pdf
[dalla pagina http://www.lietocolle.com/2015/04/poetiche-per-il-xxi-secolo-lultimo-numero-di-ulisse-e-online-n18-anno-2015/]

estraendo, volendo:
>> un passo a margine della retorica.
Cerca di impedire ai semantemi forti (e alla catena rimica, ritmica, isosillabica, sillabante le
millantate risorse dell’Io-dètto/Io-détto) di formarsi. Lasciando tuttavia quello spazio o gioco cavo
che al lettore non sia interdetto pensare di riempire di nessi <<

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un testo da “quasi tutti”

un post su facebook
(grazie a Federica Bellantoni):


Sì, è come lei dice, mi sono rifiutato di ascoltare la musica, sono rimasto nel nascondiglio per tutto il tempo. Ho cercato di non imparare così. Ho cercato di semplificare all’estremo le mie parole. In alcuni momenti la semplicità era perfino più forte della realtà. Pensavo di tradirla, vede. Era pieno di macchie. Nessuno poteva verificare quello che dicevo. Quando fu trascritta dai cronisti la mia frase più celebre molti non ne compresero l’oggetto. Per quanto semplificassi tutto, a rischio di mentire, non tutto per loro era chiaro. Quasi niente, anzi. Allora passando interamente sul fronte della menzogna pensai: ora sarà evidente, esplicito. Mentirò sempre, completamente, senza retorica. Solo bugie. E: soggetto, verbo, oggetto. In modo piatto. Sarà decifrata ogni cosa. Intenderanno. Mi capiranno perché è il loro stesso linguaggio. Con tutta la sintassi azzerata, totalmente semplificata. Loro capiscono le deformazioni. Leggeranno. Sarà limpido. Sbagliavo. Neanche così funzionò. Non funzionava.


Marco Giovenale – testo tratto da Quasi tutti (2010 Roma, Polimata; 2018 Torino, Miraggi)

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