fine agosto a roma : il 29 gammm, il 31 balestrini (nell’ambito del festival “di là dal fiume”)

su fb:
https://www.facebook.com/events/419110091947309/

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Roma, mercoledì 29 agosto, ore 19:00
Atelier d’artista I.N.F.I.N.I.T.O.
via G. da Castel Bolognese 81
GAMMM : lettura di prose e poesie

con
Marco Giovenale, Michele Zaffarano, Mariangela Guatteri

 

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Roma, venerdì 31 agosto, ore 19:30
OFF Living Room
via G. da Castel Bolognese 85
>>> BALESTRINI <<<
Nanni Balestrini legge propri testi 

(in dialogo con Marco Giovenale)

 

*

Le letture fanno parte del festival “Di là dal fiume” (25 ago. – 2 sett. 2018):
https://www.facebook.com/festivaldiladalfiume/

I due reading su fb:
https://www.facebook.com/events/419110091947309/

adriano spatola, l’oblò

adriano spatola : l’oblò (feltrinelli, 1964)

 

spatola, adriano - l'oblò.jpg

[dall’introduzione presente nel pdf]
“Per una curiosa ma forse significativa coincidenza L’Oblò, il primo e finora unico romanzo di Adriano Spatola (un secondo Achille, forse rimasto incompiuto, giace in qualche cassetto), pubblicato nelle Comete Feltrinelli nel 1964, è riapparso negli Stati Uniti in versione inglese 47 anni dopo: e 47 sono gli anni che il poeta aveva al momento della morte, avvenuta nel 1988. Del romanzo si riproduce qui il primo capitolo sia nell’originale italiano che nella traduzione americana., a cura di Beppe Cavatorta e Polly Geller. Il primo è anche autore di un’incisiva postfazione. Il libro statunitense, di 112 pagine, è una coedizione Otis Books di Los Angeles e Seismicity Editions di New York, costa 12,95 dollari e può essere ordinato presso la Small Press Distribution (e-mail: orders@spdbooks.org).”

 

in dialogo con un intervento di giovanna frene (poesia, storia, permanenza, impermanenza, rovine)

Condivido le osservazioni e trovo interessante il …passaggio del paesaggio (poetico) contemporaneo sotto i filtri possibili di Augé (e non solo), per come viene proposto da Giovanna Frene in questo articolo su La Balena Bianca.

Data per scontata una mia empatia di fondo per l’impianto generale del saggio, e per la sua evidente utilità (oltre che per la sensibilità che una volta di più l’autrice mette nel tenere unite storia di tutti e scrittura di alcuni, come poli entrambi positivi di due calamite che tendono a interagire ma spesso nella forma della opposizione: e allora interviene un gesto che ‘forza’ le due entità a misurarsi e avvicinarsi e ‘quasi’-aderire una con l’altra); ecco, data per scontata la necessità di analisi come queste, dicevo, esprimo tre perplessità circoscritte e facilmente elencabili, oltre che forse sviluppabili ulteriormente:

1) che la “critica si sia fossilizzata su questioni e su termini piuttosto desueti” è osservazione tanto fondata quanto essa stessa a rischio di risultare desueta, così numerose sono le volte che (per esempio da parte di alcune “scritture di ricerca”) si è invocato un passo diverso, diversi vocabolari per la critica (non tutta, anzi!). Forse una mossa opportuna (e… finalmente ulteriore) potrebbe essere quella di – fenomenologicamente – incontrare i testi nuovi. Spesso non italiani. E italiani. Che per altro, passati vari lustri dalla loro comparsa, non sono nemmeno più così marginali, dato che in notevole parte hanno comunque attirato a sé le attenzioni non solo della critica militante ma anche dell’accademia, addirittura della storiografia (talvolta) e di vari e variamente intrecciati percorsi antologici. In definitiva, se una parte della critica resta a tassonomie e modi espositivi rodati, spesso è perché questi la confortano tanto quanto gli oggetti di studio: oggetti testuali già identificati. (Spostarsi da quegli oggetti aiuta, aiuterebbe).

2) La “tecnologia informatica ha reso tutto eterno, memorizzabile, archiviabile: in pratica, non produce più rovine”? L’impressione è che accada qualcosa di simile, sì, ma che l’operazione produca un resto difficilmente riassorbibile dal discorso critico corrente, condiviso. Proprio perché il “soggetto” di questa minuziosa archiviazione è (il) “tutto”, succede che nulla sia veramente rintracciabile. Dunque: né come presenza viva (o efficacemente archiviata = reperibile), né come rovina ossia maceria visitabile e deprivata di identità e funzioni. E però, in quanto incavo, essa come traccia fantasmatica della rovina sembra r-esistere. Come dopo il passaggio del sole sotto l’orizzonte, un qualsiasi articolo o saggio o testo anche geniale lascia appena una luminescenza, un filo sdipanato e distante di memoria in chi l’ha letto, e poi più niente. È passato sotto l’orizzonte degli eventi dello schermo. È già a pagina 2, quella meno frequentata di google e di tutti i blog e siti. La pagina pressoché inesistente dei social network. Agisce come radiazione di fondo, altamente deperibile. I motori di ricerca potranno anche archiviare quella traccia, renderla “eterna”, ma se chi si pone alla ricerca di indizi non ha contezza del suo passaggio, ossia non sa che è esistita, ne ignorerà giocoforza il peso, il senso. Diciamo che solo il caso può riportarla a visibilità. Dove (e questo da 70 anni in qua è il danno sociale) visibilità bidimensionale ossia a schermo = esistenza. (Debord riposa, ma non in pace).

3) Cito: “Le vicende storiche del dopoguerra sono state pacifiche per le generazioni precedenti alla mia e per quelle venute dopo, e quindi apparentemente non abbiamo subito traumi”. Sottolineerei con grande energia quell'”apparentemente”, e lo confinerei a un numero circoscritto di persone (appartenenti alla mia generazione e a qualche altra fra le precedenti eccetera). Parlare di effettiva assenza di trauma è stata, in anni passati, una generalizzazione, temo. Ma questo apre altre osservazioni, che potrebbero includere di (peccare di) impostazioni tanto difendibili quanto soggettive; e attendo allora, per formularle meglio.

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