testi da “oggettistica” nella newsletter “lo spartivento”

Un testo da Oggettistica (Palestra karate judo arti marziali boxe fitness) nella newsletter “Lo Spartivento”, 3 feb. 2018; leggibile anche in pdf, qui: https://slowforward.files.wordpress.com/2018/02/in_lospartivento_newsletter_3feb2018.pdf

[r] _ asemic writing / scrittura asemantica (o asemica)

articolo comparso su “l’immaginazione”, n. 274, mar-apr 2013, p. 41,
poi in https://puntocritico2.wordpress.com/2013/07/02/scrittura-asemantica-asemic-writing/
e, variato e accresciuto, in https://www.alfabeta2.it/2015/02/15/gioco-e-radar-05-asemic-writing/
qui si riproduce la versione su Puntocritico2:

Da non poco tempo, da quasi due decenni ad esser precisi, una linea di confine fra testualità e arte contemporanea è più distintamente visibile, percorsa e fatta propria da molti artisti e da autori di testi sperimentali. Si tratta della scrittura asemantica, o prima ancora, in inglese, asemic writing (inganna il dizionario che assegna ad “asemic” tutt’altro significato).

Di che si tratta? Sono glifi, grafie e calligrafie, alfabeti, materiali visivamente riconducibili all’area formale della scrittura, che però non fanno riferimento ad alcunché di noto o decifrabile, ad alcuna vera lingua, a nulla che trasmetta significato (senza tuttavia, per questo, esimersi dal trasmettere senso). Le radici di questa pratica arretrano al secolo passato. Specie con Alphabet e Narration (1927) Henri Michaux avviava una sua esplorazione – poi ininterrotta – del territorio. Nel 1947 e a varie riprese successivamente, con le Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, Bruno Munari aveva giocato con alfabeti enigmatici o alieni (pagine riassuntive e felici si leggono e osservano in Codice ovvio, fra l’altro). Nei decenni successivi Christian Dotremont, Brion Gysin, León Ferrari, Mira Schendel, Mirtha Dermisache e moltissimi altri artisti avrebbero ancor più sistematicamente battuto gli stessi sentieri. Negli anni Settanta Irma Blank copre intere superfici e fogli con scritture inesistenti, sottili tracciati che mimano una grafia minutamente nervosa, senza intenzione transitiva: nel 1974 Gillo Dorfles le dedica un testo (che si può ora leggere in http://gammm.org/index.php/2007/07/18/blank-dorfles) in cui di fatto conia l’espressione “scrittura asemantica”: «una sorta di grafia-ortografia, che si vale d’un segno ben individualizzato (con tutte le caratteristiche della personalità di chi lo usa), ma privo, vuoto, scevro, da ogni semanticità esplicita, giacché non è costituito da – né è scindibile in – “segni discreti”, in lettere d’un sia pur modificato alfabeto, né in ideogrammi sia pur alterati o neoformati. […Si tratta quasi di] tracciati […] sovrapponibili ai segni d’una qualsivoglia composizione grafica, astratta, salvo a conservare, in un certo senso, l’aspetto esterno, la morfologia estrinseca, d’una effettiva scrittura manuale». Del 1981 è uno dei capolavori di asemic writing: l’“enciclopedico” Codex Seraphinianus di Luigi Serafini.

Si potrebbe certo arretrare alle origini della scrittura verbovisiva. E interrogarsi poi sulla fascinazione che l’indecifrabile ha sempre suscitato nei frequentatori delle zone di confine fra araldica e antichi alfabeti (citiamo appena l’eco ipnotica – ben storicizzata – del geroglifico), o fra arte e tracce aleatorie, naturali, materiche, come ad esempio accade nei flussi di corpuscoli di Dubuffet o Fautrier. L’arte contemporanea per altro è stata ricca di passaggi del segno astratto verso rassomiglianze, sembianze calligrafiche: diversissimi gli artisti nominabili: Mark Tobey, Pierre Alechinsky, Asger Jorn, André Masson, Louise Bourgeois; forse già lo stesso Mirò, certo Klee. Dagli anni Settanta, per stare all’Italia, soprattutto Vincenzo Accame, in parte Adriano Spatola, e per certi aspetti (dato l’intreccio di frecce grafie graffi complessi spesso inestricabili, in loro opere) Emilio Villa e Magdalo Mussio hanno dato contributi nuovi e determinanti in questo senso, vicini all’asemic writing o precisamente dentro i suoi confini.

 

È tuttavia, come si diceva, forse solo dalla seconda metà degli anni Novanta che tale costellazione di esperimenti più o meno slegati è stata percepita sotto forma di corrente, movimento, flusso unitario o uniformabile non da una teoria ma da semplice constatazione di esistenza, di massiccia estesa compresenza: è infatti da quegli anni che un autore australiano, Tim Gaze (http://asemic.net), ha iniziato non solo a proporre e promuovere l’espressione “asemic writing” come unificante e definitoria (sulla scorta di un dialogo tra Jim Leftwich e John Byrum), e a lavorare in questo senso lui stesso con opere e disegni numerosissimi, ma ad attivarsi altresì per promuovere questa linea di ricerca – che vedeva praticata da centinaia di artisti e autori in tutto il mondo –  attraverso mostre, iniziative, siti, edizioni, riviste, fascicoli su carta e online (tra cui «Asemic magazine» e «asemic movement»), che nel primo decennio del nuovo secolo si sono moltiplicati ulteriormente grazie all’apporto di una vera e propria collettività di artisti (e) curatori, in rete e fuori, tra cui (non citando nomi italiani) Pete Spence, Rosaire Appel, Orchid Tierney, Michael Jacobson, Cecil Touchon, Marc Van Elburg, John M. Bennett, Billy Mavreas, Miron Tee, Jakub Niedziela, Dirk Vekemans, Bruno Neiva, Yu Nan, Lin Tarczynski, Geof Huth, Satu Kaikkonen, Karri Kokko, Jukka-Pekka Kervinen, Ekaterina Samigulina, John Martone, Drew Kunz.

MG

jim leftwich on mg’s “glitchasemic2” (in diaphanous press, fall 2017)

glitchasemic 2
Marco Giovenale
glitched asemic writing 7.17 x 9.98 cm.
©2017

*

“climbing high mountains / tryin to get home” — repeated four times, in Blind ​Willie McTell’s voice, as my first thought when looking at this glitchasemic (later in the same song McTell sings “I am bearin’ the names of many, tryin to get home”)​.​
i have to force myself to think of Bill Beamer’s “​​dritings”
and of Marco’s “​​drawritings”​.​
both of these configurations seem foced in the extreme,
radically constructed, so much so that i would prefer something
that didn’t even attempt a seamless hybrid​,​
maybe “writrawings”​.​
“writ-raw-ings”​.​
i know exactly where i am here, and it is in the midst of a swarming
excess of meanings, as far from the experience of something “having
no semantic content” as i could possibly be.
the late re-definition of the term “asemic” to mean “having no specific
semantic content” doesn’t solve this problem, it merely redefines the
prefix “a-” as synonymous with “poly-“.​ that simply doesn’t work.​
McTell’s voice in my mind makes me think of Ginsberg/Trungpa’s axiom
“first thought, best thought”. “was it even my thought?” is what i am thinking now?
i don’t think so.
it wasn’t even my second mind, to offer a nod to Howlin Wolf, it was
a spontaneous association while looking at Marco’s tiered glitchasemic.
the image is beautiful, stratified and slowly receding, blips and
scratches of the once-written, now a scree and a talus of broken
language.
I am bearin’ the names of many, tryin to get home.
​it has been suggested by some that the​ asemic is a return to or a glimpse of the pre-written, but i don’t experience it that way and i find it disingenuous to attempt to persuade myself that the asemic is the pre-written whether i experience it that way or not.
i experience it, always, as a failed attempt at achieving the post-written. it is not driven by nostalgia or regret, it is driven by anxiety and aspiration. it is a writing against itself, not a writing prior to itself. as such, it exists precisely as a variety of writing, and the mind responds to it by reading, i.e., by giving off meanings like a fire gives off smoke.

i have been working with and against the idea of asemic writing for 20 years now, using the term asemic writing for all of those years. in January of 1998 i ​said in an email to Tim Gaze that ​”the asemic text would seem to be an ideal, an impossibility, but​ ​possibly worth pursuing for just that reason.​” ​ that’s what makes the idea of asemic writing interesting. it is a specific failure of writing, and will always be so, and we have known that all along, from the outset of our activities. asemic writing is the embrace of a potentially beautiful failure in writing. it will not ever be what it says it is. that’s the only reason to ever want it.

— Jim Leftwich

jim leftwich on mg’s “glitchasemic1” (in diaphanous press, fall 2017)

glitchasemic 1
Marco Giovenale
glitched asemic writing, 7.17 x 9.98 cm.
©2017
https://diaphanouspress.com/portfolio/asemic-art-marco-giovenale/

*

not quite oceanic (i am only exactly this willing to invent and simultaneously discard the self-consciously awkward neologism “beachic” to situate an author just slightly outside of the desire for a post-initial condition once upon a time labeled the “oceanic”), from across the greenway and the grey street we are given a view of the beach sloping gently down to the sea. where would the mind like to be? perhaps across the grey street, on a second floor balcony, sipping a deliciously warm American beer and gazing out over the lesser forms of tourist below. where is the mind likely to find itself? this is the question always asked of us by the asemic: where exactly are we, as individual humans reading and refusing to read, immersed at any given moment in the mediating mannerisms of our incessantly languaging selves? we are probably on the beach, looking at the ocean and thinking about the balcony. asemia is the empty street just slightly behind us.

–Jim Leftwich