[r] _ gli algoritmi e i versi

molto interessante questo articolo: https://ilrumoredellecose.wordpress.com/2017/09/04/la-poesia-che-non-si-doveva-scrivere/

ora, quattro appunti inescusabilmente estemporanei:

(1) come al solito (anche) gli scienziati si fissano con la poesia, magari con un certo tipo di poesia.

(2) la poesia (specie quella assertiva, esemplata nei passi citati) può eccome essere prodotta da algoritmi. che gli algoritmi non abbiano esperienze tattili/biografiche ma solo enciclopedie di dati non cambia il fatto che il lettore leggendo faccia lo stesso il proprio tratto di strada verso la produzione di senso, basandosi sul proprio bagaglio di esperienze, quindi rinvenendo=costruendo il proprio senso. (non svincolato da tradizione e collettività: proprio grazie all’enciclopedia di dati).

(3) l’equivalenza stabilita tra poesia ed emozione non è priva di storia, ma esistono anche altre equazioni, forse (nel testo su fa riferimento a poesie “più belle, dunque emozionanti“; corsivo mio).

(4) esiste una testualità (possibilmente, non necessariamente) libera da (anzi indifferente a) quei meccanismi associativi che vengono solitamente legati a filo doppio alla poesia, o al poetico. (vorrei/dovrei: riprendere quelle pagine di Macchine desideranti in cui si fa il punto sull’Anti-Edipo mettendo a fuoco elementi e dispositivi dissociativi).

oggettistica oggi

https://www.facebook.com/events/1303945439714769/

nuovi testi nuovi e nuovità le più diverse e nuove. au fond de l’inconnu. oggi oggettistica. h 18 circa. roma, campo boario. per una nuova fase dello specchio. per il pubblico della prosa. per farla finita col giudizio della poesia. eccetera.

vorrei mandare

vorrei mandare un messaggio a chi non vede quanto e come la scrittura anzi le scritture di ricerca siano diffuse, nel mondo, e come e quanto ereditino e rilancino (nella differenza e a volte frattura) tante acquisizioni novecentesche e – sì – non più novecentesche.

vorrei mandare messaggi non italiani a tanti italiani.

vorrei mandare un messaggio a quelli che maledicono la tecnologia che pure hanno in tasca e li abita e orienta.

vorrei mandare un’email a loro, e a chi non vede differenze col Novecento. un’email, vorrei mandare. stupirebbe.

e un messaggio, vorrei mandare, pure a quelli che dividono la semiosfera in due cromatismi fissi, ora temendo l’apocalisse di uno, ora augurando l’implosione all’altro.

vorrei mandare, mandare un messaggio, un messaggio di pace e gentilezza a chi facendo e perfino stampando poesia pensa di essere in cima alla catena alimentare del bello e del buono, e non vede lassù l’astronave vampiro, l’astronave arredata dell’ultima twitterina da due-tre milioni di followers.

vorrei mandare

questi e altri messaggi, ma no, ma perché, ma senti: e che sollievo… li ho già mandati.

ma li ho già mandati tutti.

da quasi dodici anni. con gammm. e da molti di più in altre sedi e con altri modi, l’ho fatto.

se i destinatari, chiamiamoli così, non odono (e invece odiano), è per difetto dell’antenna ricevente, non del segnale in uscita.

che sollievo… c’entrano i medici, la letteratura meno.

little lamb, who made thee?

l’innocenza spiega, spiega tutto.

c’è di mezzo: udito. e vista, neuroni, pace, percezioni, pace. va bene così.

non devo fare nulla! niente compiti a casa, niente esercizi. ho già fatto tutto. sono libero.

tana libera tutti

santo cielo che sollievo

gli algoritmi e i versi

molto interessante questo articolo: https://ilrumoredellecose.wordpress.com/2017/09/04/la-poesia-che-non-si-doveva-scrivere/

ora, quattro appunti inescusabilmente estemporanei:

(1) come al solito (anche) gli scienziati si fissano con la poesia, magari con un certo tipo di poesia.

(2) la poesia (specie quella assertiva, esemplata nei passi citati) può eccome essere prodotta da algoritmi. che gli algoritmi non abbiano esperienze tattili/biografiche ma solo enciclopedie di dati non cambia il fatto che il lettore leggendo faccia lo stesso il proprio tratto di strada verso la produzione di senso, basandosi sul proprio bagaglio di esperienze, quindi rinvenendo=costruendo il proprio senso. (non svincolato da tradizione e collettività: proprio grazie all’enciclopedia di dati).

(3) l’equivalenza stabilita tra poesia ed emozione non è priva di storia, ma esistono anche altre equazioni, forse (nel testo si fa riferimento a poesie “più belle, dunque emozionanti“; corsivo mio).

(4) esiste una testualità (possibilmente, non necessariamente) libera da (anzi indifferente a) quei meccanismi associativi che vengono solitamente legati a filo doppio alla poesia, o al poetico. (vorrei/dovrei: riprendere quelle pagine di Macchine desideranti in cui si fa il punto sull’Anti-Edipo mettendo a fuoco elementi e dispositivi dissociativi).

oggi su megachip: alcune note sulla ‘scena’ della poesia italiana

una mia (possibile) risposta sul tema delle correnti in campo nella poesia italiana recente:
http://megachip.globalist.it/libri-consigliati/articolo/2010856/correnti-e-scena-ovvero-i-fantasmi-non-esistono-ma-se-tutti-fanno-i-fantasmi-e-credono-in-quel-che-fanno-i-fantasmi-esistono.html

S L O W F O R W A R D _ terza serie

Dopo i primi tre anni su piattaforma Splinder, e altri dieci su WordPress, Slowforward dal 2016 acquisisce un dominio (sempre grazie a WordPress), con estensione “.me”. E accoglie nuovi collaboratori. Altri se ne aggiungono nel 2017, e il dominio passa all’estensione attuale – tendenzialmente definitiva – “.net”.

Tutte queste novità in linea di massima comportano e meritano, penso, di essere segnalate come indicative di una terza serie del blog, ormai sito. La prima si chiude nel 2006, la seconda nel 2016. La terza è la presente.

All’interno di questo perimetro minimo, in questi quattordici anni (2003-2017) di cose ne sono successe in gran copia. Credo che solo un numero molto esiguo sia rammentato e commentato nell’intervista su SatisFiction che è possibile leggere (anche) qui: https://slowforward.files.wordpress.com/2017/06/mgiovenale_intervistasatisfiction_def.pdf.

Il lavoro comune con gammm.org, l’uscita di Prosa in prosa, l’intensificarsi dei contatti con i mondi anglofono e francofono (Nioques, PennSound, la rivista e casa editrice svedese OEI) hanno via via precisato un campo, felicemente senza margini, perché aperto alle scritture di ricerca che in tutto il mondo – e non da pochi anni – si fanno.

L’idea che ci sia e si registri – al fondo dell’aria che si respira ormai nell’arte contemporanea e nella sperimentazione verbale e verbovisiva – un’estensione ormai globale di quel cambio di paradigma che gli anni Sessanta avevano solo avviato, è sempre meno incerta. Sempre più verificata, verificabile.

Solo contesti regressivi (non solo culturalmente) come quello italiano, di fatto, riarretrano a ogni giro di decennio verso i dualismi e le confessioni ottocentesche dell’attrezzatura teatral-cattolica dei suoi arcadi maggiori.

Slowforward – come gammm e ponte bianco – cerca di proseguire il lavoro legato alle scritture non assertive, al campo sterminato dei materiali verbovisivi (asemic writing, poesia concreta, poesia visiva), al glitch. Inaugurando un ulteriore ciclo di attività, insieme a Roberto Cavallera, Giuseppe Garrera, Silvia Tripodi, Michele Zaffarano, Luca Zanini.

MG