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lacan pizzica gli assertivi (ovvero: come già qualche anno fa fosse chiaro che i poeti tentano di preprogrammare i lettori)

assertivo vs non assertivo (chez duchamp?) / differx

Tutti a scandalizzarsi perché a suo tempo ho proposto la distinzione tra scrittura assertiva e non assertiva. Ma non è che questa differisca poi molto, nella natura delle intenzioni, dal distinguere tra arte retinica e arte non retinica. Riandando a Duchamp.
Ebbene: è evidente che per apprezzare si continua a usare la rètina, idem è evidente che si continua a usare l’asserzione. L’intuito dovrebbe però suggerire qualcosa di più, e d’altro, al lettore, ma soprattutto agli scrittori.

flarf irriflesso. un altro esempio / differx. 2021

adesso è più chiaro quello che intendo per kitsch (e kitsch incosciente) anche in poesia? o flarf irriflesso.
(il flarf propriamente detto è invece ‘intenzionalmente’ kitsch, ‘vuole’ far raggricciare di orrore).
 
sono sicuro che lo scultore di Padre Pio può motivare con ragioni ritmiche (e rimiche) millimetriche la sua opera. dirci il perché dell’inclinazione, della pesantezza della struttura, del volto ardito del frate, della rampa di lancio o sbilanciamento, del cappuccio che svolazza con effetto “fiamme di Ghost Rider”, del corpo bucato, a cassetti, e incastrato anzi ‘incriccato’ dell’eroe della fede. sono sicurissimo. immagino riferimenti a Dalì, Savinio, cubismo, bizzarrie seicentesche, Giovanni Battista Bracelli, la Marvel.

l’opera è iper-motivata: da elementi di ‘necessità’ formale. ne possiamo essere certi. in ogni sua parte e nel complesso morfologico/semantico si ‘spiega’. ha struttura.
ma?
ma è irrimediabilmente inconsapevolmente orrenda, pacchiana.
imbarazza, fa ridere, stop.

***
nelle foto:
il monumento a Padre Pio (Benevento), un’opera di Bracelli, i prevedibili robottoni (Daitarn 3 in testa), e il pregevole/ironico tavolino cubo di Antartidee.

Notilla sull’asserire (in poesia)

Notilla sull’asserire (in poesia)

(già in slow, ma con qualche variazione su Punto critico)

Notilla aggiunta sulla “poesia assertiva”

Si direbbe “ritorna la poesia assertiva”, se non fosse vero che non se n’è mai andata. Non chiede ma impone un’eco o ritorno di attribuzione di senso in verità pienamente già presente nei punti di trama, di sintassi, di racconto, di suono modulato, di attori grammaticalizzati (tu, voi; perfino al vocativo): non ha pause (non si era mai defilata) e allo stesso tempo non sa di essere sfondo e spettacolo, ossia il tutto, su una scena continuamente presa e disordinata da ben altre maceriacce di storia. Non lo sa, perché è linguaggio-strumento.

Ognuno dei tanti utenti che battono sul tasto “strumento”, con coerenza, usa il linguaggio. Dunque – con stretegie più o meno affilate avvertite scaltre – ognuno di loro asserisce. Armeggia e manovra con maggiore o minore fortuna al tavolo verde della retorica. Proietta sulla distanza tra testo e lettore quel che il lettore sa già di dover simulare di godere/intuire.

Se tutti stanno ai patti, ai patti stabiliti, la comunicazione passa; gli strumenti funzionano. La legge è salva. Lo spettacolo non cambia. È la tv educativa, ti mostra come si recitava, per insegnarti come si è ascoltati e seguiti, come e cosa bisogna fare.