non ho più idee / carlo bordini

 

Da molto tempo non ho più idee.
Sono capace solo di guardare.
Una volta avevo idee.
Adesso le cose sono cambiate a tal punto che non posso più interpretarle con le idee di una volta.
Posso solo guardare.
E pensare: forse il problema è da un’altra parte.
Ma non so da quale parte.
Ma sono convinto che il problema è da un’altra parte.
Per quel che mi riguarda, i messicani potrebbero benissimo invadere gli Stati Uniti.
Non amo gli Stati Uniti. Sono l’oppressione e la guerra.
Ma so anche che la civiltà è fiorita sempre all’ombra della violenza.
Venezia non sarebbe così bella se i veneziani non fossero stati dei figli di puttana.
Inoltre una mia amica (uruguaiana) che una volta ha fatto l’errore di andare in Colombia attraverso Miami,
mi ha detto che lì all’aeroporto sono schifosi ma che i peggiori sono i latinos che sono diventati yanqui.
E allora penso che il problema è da un’altra parte.
Ma non so dove.
O meglio, so dov’è, è chiaro, ma ho paura di dirlo.

 

 

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Questa poesia mi è stata richiesta dalla rivista “Luvina”, della facoltà di lettere dell’università di
Guadalajara, Messico, per un numero sulle migrazioni che è uscito nel 2017.

C.B.

in dialogo con un intervento di giovanna frene (poesia, storia, permanenza, impermanenza, rovine)

Condivido le osservazioni e trovo interessante il …passaggio del paesaggio (poetico) contemporaneo sotto i filtri possibili di Augé (e non solo), per come viene proposto da Giovanna Frene in questo articolo su La Balena Bianca.

Data per scontata una mia empatia di fondo per l’impianto generale del saggio, e per la sua evidente utilità (oltre che per la sensibilità che una volta di più l’autrice mette nel tenere unite storia di tutti e scrittura di alcuni, come poli entrambi positivi di due calamite che tendono a interagire ma spesso nella forma della opposizione: e allora interviene un gesto che ‘forza’ le due entità a misurarsi e avvicinarsi e ‘quasi’-aderire una con l’altra); ecco, data per scontata la necessità di analisi come queste, dicevo, esprimo tre perplessità circoscritte e facilmente elencabili, oltre che forse sviluppabili ulteriormente:

1) che la “critica si sia fossilizzata su questioni e su termini piuttosto desueti” è osservazione tanto fondata quanto essa stessa a rischio di risultare desueta, così numerose sono le volte che (per esempio da parte di alcune “scritture di ricerca”) si è invocato un passo diverso, diversi vocabolari per la critica (non tutta, anzi!). Forse una mossa opportuna (e… finalmente ulteriore) potrebbe essere quella di – fenomenologicamente – incontrare i testi nuovi. Spesso non italiani. E italiani. Che per altro, passati vari lustri dalla loro comparsa, non sono nemmeno più così marginali, dato che in notevole parte hanno comunque attirato a sé le attenzioni non solo della critica militante ma anche dell’accademia, addirittura della storiografia (talvolta) e di vari e variamente intrecciati percorsi antologici. In definitiva, se una parte della critica resta a tassonomie e modi espositivi rodati, spesso è perché questi la confortano tanto quanto gli oggetti di studio: oggetti testuali già identificati. (Spostarsi da quegli oggetti aiuta, aiuterebbe).

2) La “tecnologia informatica ha reso tutto eterno, memorizzabile, archiviabile: in pratica, non produce più rovine”? L’impressione è che accada qualcosa di simile, sì, ma che l’operazione produca un resto difficilmente riassorbibile dal discorso critico corrente, condiviso. Proprio perché il “soggetto” di questa minuziosa archiviazione è (il) “tutto”, succede che nulla sia veramente rintracciabile. Dunque: né come presenza viva (o efficacemente archiviata = reperibile), né come rovina ossia maceria visitabile e deprivata di identità e funzioni. E però, in quanto incavo, essa come traccia fantasmatica della rovina sembra r-esistere. Come dopo il passaggio del sole sotto l’orizzonte, un qualsiasi articolo o saggio o testo anche geniale lascia appena una luminescenza, un filo sdipanato e distante di memoria in chi l’ha letto, e poi più niente. È passato sotto l’orizzonte degli eventi dello schermo. È già a pagina 2, quella meno frequentata di google e di tutti i blog e siti. La pagina pressoché inesistente dei social network. Agisce come radiazione di fondo, altamente deperibile. I motori di ricerca potranno anche archiviare quella traccia, renderla “eterna”, ma se chi si pone alla ricerca di indizi non ha contezza del suo passaggio, ossia non sa che è esistita, ne ignorerà giocoforza il peso, il senso. Diciamo che solo il caso può riportarla a visibilità. Dove (e questo da 70 anni in qua è il danno sociale) visibilità bidimensionale ossia a schermo = esistenza. (Debord riposa, ma non in pace).

3) Cito: “Le vicende storiche del dopoguerra sono state pacifiche per le generazioni precedenti alla mia e per quelle venute dopo, e quindi apparentemente non abbiamo subito traumi”. Sottolineerei con grande energia quell'”apparentemente”, e lo confinerei a un numero circoscritto di persone (appartenenti alla mia generazione e a qualche altra fra le precedenti eccetera). Parlare di effettiva assenza di trauma è stata, in anni passati, una generalizzazione, temo. Ma questo apre altre osservazioni, che potrebbero includere di (peccare di) impostazioni tanto difendibili quanto soggettive; e attendo allora, per formularle meglio.

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“after lorca”, di jack spicer: il 21 a bologna, il 25 a roma

Finalmente tradotto in italiano l’esordio letterario del poeta americano Jack Spicer: After Lorca (1957)

presentazioni imminenti:

21 Giugno, ore 19 | Libreria MODO Infoshop – Via Mascarella, 24/b, Bologna
Interverranno: Stefano Colangelo, Andrea Franzoni, Fabio Orecchini
https://www.facebook.com/events/251831978710569/

25 Giugno, ore 21 | “Letture d’estate” – Giardini di Castel Sant’Angelo, Roma
Interverranno: Paul Vangelisti, Brunella Antomarini, Marco Giovenale, Luigi Severi,
Andrea Franzoni, Fabio Orecchini
https://www.facebook.com/events/458970994543196/

il libro è una pubblicazione della rivista Argo:
https://www.facebook.com/CollanaArgo/posts/247829719306450