i black saba per laggente leggente / differx. 2020

i potenti tribolati. (ovvero le pene del mainstream) / differx. 2020

di tanto in tanto il mainstream si lamenta. ahi con quanta ragione…

poveri autori, poveri lettori.
gli editori a maggior distribuzione, che felicemente riempiono gli scaffali di poesia di poesia, e meritevolmente senza quasi accorgersene stupefatti raccolgono premi spazi festival radio tv giornali siti salotti marine e gianduiotti, baci e contratti, fanno il pianto santo, che condivido, che si sentono minacciati dalla poesia e pure dalla prosa che non si capisce.

per fortuna da sette lunghi anni gli incomprensibili stanno rinsavendo, ritrattando: https://gammmorg.files.wordpress.com/2013/03/Bernstein_Recantorium.pdf

e dal medesimo 2013 vanno dando ragione ai tartassati editori corsivisti blogghettari e facebookers: https://puntocritico2.wordpress.com/2011/09/13/lormai-attestata-egemonia-degli-autori-sperimentali-in-italia/

due aree. post generale, poi personale

1. In sintesi estrema

“Nuovi Argomenti” nasce nel 1953. “Il verri” nel 1956. È del 1957 la polemica aspra fra Pasolini e Sanguineti su sperimentalismo e neosperimentalismo, che si consuma tra le pagine di un paio di numeri della rivista “Officina”.

Da allora e fino a oggi, dunque da quasi 70 anni, la letteratura italiana è spezzata in due.

Dopo qualche circoscritta fortuna einaudiana e feltrinelliana, l’editoria ‘maggiore’ (oggi, meglio: ‘a grande distribuzione’, o forse ‘generalista’) sarà costantemente collocata, o in misura maggioritaria collocabile, nell’area Mondadori Pasolini Sereni eccetera. Scelta fatta. Per una forma sempre ‘rassicurante’.

Sponda – soprattutto dagli anni Ottanta – per la nuova lirica, visceralmente avversa alla sperimentazione, negatrice di tutto quello che succede nel versante della ricerca letteraria, specie se avanzata (e sotto qualsiasi egida, fosse pure universitaria, o artistica, in legame o no con istituzioni come il MoMA o il Centre Pompidou, per dire).

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notilla a dispetto (fra tante)

Se non fosse ridicola sarebbe tragica la situazione delle scenografie e scenate delle scritture vigorosamente non di ricerca in Italia da circa 40 anni. Come una sorta di sfrenato reframe & refrain democristiano, il neopetrarchismo casca equilibratissimo polito in piedi e indossa e mappa i territori della politica frontale, del serenismo cortese, delle rilkerie, della canzoncina (immancabile la rima). Hai voglia a parlare di messa da parte e superamento della questione dei generi letterari, o a far presente che milioni di blog e profili di social network usano il termine “pubblicare” in riferimento a tutt’altra specie di discorso, che non ha niente da fare con gli a-capo, né magari con la medaglia “letteratura”. Il ripubblico della repoesia (cfr. il post di qualche giorno fa) sarà sempre ostinatamente e certo ostentatamente convinto, caricato a molla, delle buone ragioni delle stringhe a 11 slot con cui si allaccia il corpetto settecentesco (insetti interni inclusi, pronominali o no).

(s)finito il novecento

In poesia (dato che alla poesia insiste disperatamente ad abbarbicarsi) il mainstream pare non avere più carburante. (Qualcuno lo aiuti). È finita un’epoca, è finito un rimario, un giacimento, una vena. Un secolo, è finito.

Il mainstream non lo sa, o se lo sa (da buon malato) se lo nasconde. Vuole “vivere”. (Come tutti gli agonizzanti, del resto).

Il mainstream in questo decennio recente poteva o attingere dal sottobosco kitsch-alato che da venti anzi trent’anni lo scimmiottava e corteggiava, o aprirsi alle nuove scritture e ammettere che proprio tecnicamente tutta la baracca modernista e neomodernista non aveva e non ha risorse al suo interno per continuare (meglio: per fingere lo spettacolo di una qualche continuità dotata di senso). E bon. Ha scelto la prima via: aprirsi al sottobosco. Far salire il sottobosco in ascensore. Elevarlo. Ciò che ne consegue è la pletora di uscite in collane anche prestigiose o ex prestigiose o semplicemente volenterose.

Il mainstream ha preferito danneggiare la letteratura che se stesso. Ha preferito la crisi di tutti alla crisi del proprio modello. In perfetta sintonia con la prassi politica del nostro paese (e non solo del nostro), prima dell’unità, dopo l’unità, con il fascismo, con la repubblica (prima e seconda). Nessuna contraddizione.

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è così che si riconosce il padrone

 

Nietzsche l’ha spiegato molto bene: essere forte consiste nell’imporre la propria lingua a qualcuno che non parla questa lingua, oppure, all’interno della stessa lingua, nell’imporre un modo di parlare, dei nomi, delle norme, una retorica. Ed è questa la forza, è così che si riconosce, dice Nietzsche, il padrone, colui che impone il suo modo di parlare, e poiché non vi è lingua senza gerarchie, senza leggi, senza regole, senza normatività, senza grammatica, non vi è lingua senza una forza di legge e, dunque, senza un’imposizione di tipo coloniale.

 Jacques Derrida, in J.D. – Hélène Cixous, La lingua che verrà, a c. di
Marta Segarra, tr. it. Meltemi, Roma 2008, pp. 54-55



Le domande sono allora: nella lingua italiana, nell’organizzazione formale dei testi (per esempio letterari) italiani, chi è il padrone? Cosa troviamo in libreria? In tv e in radio chi parla? Quale lingua parla? Cosa dice? Quali romanzi sono diffusi? Di che tipo? Fatti come? Cosa leggiamo nelle terze pagine, quando ne troviamo? Negli inserti culturali? Di quali autori si fa menzione? Di quali libri? Con quale costanza? Che tipo di poesia domina negli scaffali?

In effetti è tutto molto semplice e trasparente.

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notilla

il kitsch è scatenato. in questi anni (cosa detta e ripetuta) la rete ha messo uno specchio davanti a ogni possibile detto e scritto; e ha portato moltiplicazione e crescita esponenziale di cose di sottobosco. (quanto lavoro implicano, e – perciò – quanta ‘fede nel prodotto’…). (il disastro grafico e quello testuale sono legati: il non-gusto, prima che il cattivo gusto, li genera e ne è l’esito educante, educato). (netiquette, facebook oblige).

certo, si direbbe: “niente di nuovo”. invece no: in termini di percezione è nuova, quantitativamente e dunque poi qualitativamente, questa roba. tanta. materializzazione del: kitsch, pacchiano irriflesso.

l’aria comune la somatizza. ne fa fonofanìe, figurette, youtube, monomanie, pop-lit, shit-lit. (litless).

e –  questo – raddoppia il problema: mainstream critico-letterario da una lato, sottobosco kitsch dall’altro. con frequenti passaggi e prestiti da un’area all’altra. (dieci-venti anni fa sarebbe stato impossibile o rarissimo leggere la spazzatura che ultimamente addirittura major o case editrici piccole-e-di-qualità diffondono, gettano nelle catene distributive generaliste).

d’altro canto, non solo (molt)i critici non segnalano quello che sta succedendo o è già successo, ma benedicono/cooptano voci in iniziative, riviste, testi. hanno già somatizzato. sanno che dovrebbero riprendere a leggere e giudicare, per poter selezionare nella (e contro la) quantità pura. lasciano allora il filtro all’utile (loro). non è necessario leggere chi già ti sta servendo, basta che serva.

su 3AM

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8 asemic poems: http://www.3ammagazine.com/3am/eight-poems-marco-giovenale/

interview: http://www.3ammagazine.com/3am/maintenant-65-marco-giovenale/

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