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da una mail del 2018, su vocaboli, distribuzione, politica

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di questo sono convinto: molto più dei due terzi della popolazione ha nella testa il virus del fascismo, mes chers. indebellabile in qualche caso, in altri no. certo, interrogarsi su se e quando e quanto e come usare “fascismo” ha senso, anche se lo si fa in mancanza di un’altra parola.

però abolire del tutto il vocabolo ne ha meno.

è altrettanto certo che se tutto il vocabolario (qualsiasi parola e frase si riesca a far entrare nella comunicazione generalista e si rivolga all’interlocutore) deve giocoforza essere inserito nelle regole del gioco recenti, ossia nei tempi di rotazione dello scaffale degli slogan e hashtag e dell’efficacia social, allora è tutto un aprire e chiudere sportellini e caselline che passano di moda in una manciata di settimane, o meno, o poco più.

è come se ci sedessimo tutti in cerchio a giocare a tombola, e dopo l’estrazione di una dozzina di numeri passasse qualcuno a cambiare le cartelle a tutti. e poi daccapo. e continuamente, sempre. tutti infuriati, tutti che si domandano ma come si fa a giocare in questo modo? non si va da nessuna parte! ma è inutile irritarsi: il gioco ricomincia da capo. il distributore ci tiene impegnati, intanto fa i suoi affari.

chi ha un ufficio stampa (e false identità eccetera) che si occupa di gestire il turnover e accelerare i tempi di consunzione e obsolescenza dei materiali verbali, “vince”. ovvero sta sempre in cima all’effervescenza del vocabolario “giusto”. (perché la crea e diffonde lui).

a pensarci bene è un po’ la linea accentratrice delle aziende, anche in letteratura, non da oggi. Mondadori è editore e distributore. Feltrinelli è editore e distributore. voglio dire: in cima alla catena alimentare non sta l’onnivoro, ma il padrone del cibo e dei furgoni che portano il cibo. il produttore=distributore.

oggi non da solo. a pari efficacia e potere (forse con più efficacia, se non con più potere) sta il gestore della percezione del cibo. di cosa va mangiato e cosa no.

la gestione (massiva) della percezione della comunicazione (ossia delle parole) parrebbe in grado di influenzare perfino elezioni presidenziali non propriamente insignificanti

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oggi, h 14, “il duce delinquente” @ radio onda rossa

Tutta Scena Teatro ★ Radio Onda Rossa 87.9 fm

martedì 8 novembre 2022, ore 14

IL DUCE DELINQUENTE

“recital” dal libro ‘Mussolini il Capobanda’ di Aldo Cazzullo, con Aldo Cazzullo, Moni Ovadia e la musica dal vivo di Giovanna Famulari

La maggioranza degli italiani pensa che Mussolini fino al 1938 le abbia azzeccate quasi tutte, fino all'”errore” dell’alleanza con Hitler, delle leggi razziali, della guerra. Dimostreremo che non è così. Prima del 1938, Mussolini aveva provocato la morte di Gobetti, Gramsci, Matteotti, Amendola, dei fratelli Rosselli e di don Minzoni. Aveva fatto morire in manicomio il proprio stesso figlio, e la donna che aveva amato. Aveva preso e mantenuto il potere nel sangue, perseguitando oppositori e omosessuali, imponendo un clima plumbeo e conformista. Aveva chiuso i libici in campo di concentramento, gasato gli abissini, bombardato gli spagnoli. Si era dimostrato uomo narcisista e cattivo. La guerra non è un impazzimento; è lo sbocco naturale del fascismo. E aver mandato i soldati italiani a morire senza equipaggiamento in Russia, nel deserto, in Albania è stato un altro crimine, contro il suo stesso popolo. E ancora devono arrivare gli orrori della guerra civile. E del neofascismo delle bombe sui treni, nelle banche, in piazza.

info
https://www.teatrodiroma.net/doc/7877/il-duce-delinquente

giuseppe garrera, sebastiano triulzi: “amelia rosselli” (aras edizioni)

Un pamphlet letterario su Amelia Rosselli e sulle “ragioni” profonde della sua pazzia come proiezione onirica e lucidissima dell’Italia del suo tempo. Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi rileggono la sua accecante parabola di vita e poesia alla luce della contiguità tra regime fascista e Repubblica, dell’Italia come realtà postfascista, secondo la grande intuizione di Pier Paolo Pasolini. Dunque, non donna prigioniera di uninfanzia traumatizzata ma donna e poeta consapevole della persistenza del male e del potere della Storia. Il caso Amelia Rosselli è episodio emblematico di poesia belligerante e di resistenza, in cui la sua storia personale coincide con la storia politica dell’Italia.

https://www.arasedizioni.com/catalogo/amelia-rosselli-i-lustrascarpe/
(pagina del sito dove è possibile accedere anche a un estratto dal libro)

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luglio ’60 / carlo bordini

Nel 1960 ci fu un tentativo di instaurare in Italia un governo di destra, il governo Tambroni. Era un monocolore democristiano appoggiato dai neo fascisti dell’MSI. Questo governo voleva essere una risposta a una ripresa operaia che era cominciata in Italia nell’anno precedente, e che si esprimeva in una forte ripresa degli scioperi dopo gli anni bui del dopoguerra.

Il governo Tambroni si caratterizzò subito per provvedimenti illiberali (divieto di alcune manifestazioni e di alcuni comizi) e in questo clima fu permesso ai neofascisti, che si erano ricostituiti in partito da poco, di tenere un loro congresso a Genova.

Ora, Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, era una città antifascista sul serio. C’erano ancora i partigiani che quindici anni prima avevano cacciato i tedeschi dalla città. Si fece una grande manifestazione a cui parteciparono partigiani, portuali e la base del partito comunista. La polizia cercò di disperdere la manifestazione e ne nacque una grande battaglia in cui i portuali, gente molto dura, sconfissero nettamente la polizia. Molti poliziotti furono feriti e a molti di loro furono sottratte le armi. Questo avvenne il 30 giugno. La sera di quel giorno i partigiani tornarono ad accamparsi in montagna, nelle colline intorno a Genova, e accesero fuochi che si vedevano dalla città. Da questo episodio nacque l’insurrezione del Luglio 60.

Vi furono manifestazioni in tutta Italia. La polizia sparò e uccise diversi manifestanti. A Roma i partigiani furono caricati dalla polizia a cavallo. L’insurrezione si propagò da città a città, da notizia a notizia. Dopo alcuni giorni i sindacati indissero uno sciopero generale. Il governo Tambroni si dimise e da allora cominciò in Italia la lunga serie dei governi di centrosinistra che bene o male dettero all’Italia una democrazia più o meno normale.

Si tratta dunque di un episodio fondamentale nella storia recente italiana. Se non ci fosse stata la reazione di Luglio 60 la storia sarebbe stata molto diversa: l’Italia sarebbe tornata a una forma di fascismo strisciante e mascherato. I nuovi governi di centro sinistra non fecero miracoli, ma nazionalizzarono l’energia elettrica, fecero una riforma agraria che portò alla scomparsa della mezzadria e alla formazione di una vasta piccola proprietà contadina. Le lotte sindacali e politiche si svilupparono in un clima relativamente permissivo.

Luglio 60 non fu organizzato dal Partito Comunista. Nacque spontaneamente e si diffuse spontaneamente. Vi partecipò la base del PCI, ma il partito non prese mai una posizione netta. Non diresse le lotte. I giornali del PCI facevano articoli di fuoco che suscitavano la rabbia e l’indignazione, ma non davano indicazioni di lotta. La gente si riuniva, discuteva e partecipava.

Il PCI fece molta retorica sui “giovani dalla maglietta a strisce” che avevano partecipato a Luglio ’60 e salvato la democrazia, ma pian piano la cosa venne dimenticata. Nessuno ne parlò più. Nessuno si riferì più a quel periodo. Oggi nessuno ne sa nulla.

Luglio ’60 non diventò un punto di riferimento per nessuna forza politica. Non se ne parlò più, né per esaltarlo né per esecrarlo. Credo che questo dipenda dal fatto che fu un movimento che sfuggì di mano a tutti, e che potrebbe diventare un esempio pericoloso. Fu utilizzato e messo in disparte: sarebbe invece opportuno, oggi, ricordarne l’esistenza.

Post scriptum. Quando questo avvenne io avevo 22 anni. Non ho nulla da cambiare a quanto ho scritto, ma voglio aggiungere una considerazione: se non ci fosse stata la sinistra democristiana, che si alleò coi socialisti, e formò il centro-sinistra, l’esito della vicenda sarebbe stato diverso.

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[da una mail circolare, con fotografie, di Carlo Bordini, 1 agosto 2018]

chi è steve bannon

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https://www.facebook.com/associazionetlon

ma quale onore? ma che patria?

il mausoleo a graziani e lo spreco di 230mila euro potevano risparmiarseli.

pagare per rovesciare la storia e difendere la propria vergogna però sembra essere un vizio che gli italiani non sanno togliersi.

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Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Henry Bernard Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali. [Gian Antonio Stella: http://www.corriere.it/politica/12_settembre_30/mausoleo-crudelta-non-fa-indignare-italia-gian-antonio-stella_310bba88-0ac9-11e2-a8fc-5291cd90e2f2.shtml]

numerosi altri link (in italiano e in francese) qui: http://dormirajamais.org/graziani/

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