fortunosamente reperita in un ovetto di cioccolato la spiegazione del perché alcune riviste letterarie praticano una incontrollata assertività da vent’anni e costantemente se ne gloriano

repoesia

Quella che Gleize chiama la repoesia è un po’ la regola in Italia quando la pagina casca in versi. Il bivio viene dopo. Sarà lirismo ingenuo o maturo? Come usa l’inversione questo autore qui? Le varie figure? Inventa motti ingegnosi o triti? Quanto facilmente si memorizzano? Quanto Caproni c’è dentro? Quanto Sereni? Fortini? Stop, non altro. Insomma il p(i)atto è il (ed è nel) Novecento, spezzature che non spezzano, e tutte le giuste mosse e pretese di eco, ammiccamenti di risposta, ordinatamente lanciati al lettore. E il lettore, essendo anche lui “nel” pubblico della poesia, sa cosa deve fare; l’assenso ce l’ha già pronto nello sguardo.

Così di sito in sito, di libro in libro, si sbircia a volte la continuazione del primo o medio Novecento, a volte la rimessa in onda dell’Ottocento. (Al qual non par ver di poter contar su televisori, forni a microonde, cellulari, radar, aerei, roba inedita da organizzare nei suoi metri e nelle sue “d'” – “d’amore”, “d’ossessione”, “d’eccetera”).

C’è una felicità in tutto questo, è di tipo teatrale, ma non è il teatro con spettacolo tentativamente demolito da Bene; è il teatro dello spettacolo, perché giocoforza qualcosa è pure successo, nel secolo e spiccioli che (non) è passato. O magari no, tutto è sogno, e no.

 

scribd stuff #1: post-ricercabo 2009

Iniziando a riproporre i materiali caricati su scribd negli scorsi anni, avvio la microrassegna con delle riflessioni che – a partire dalla mia prima partecipazione (nel 2009 come autore) a RicercaBo – affrontano variamente dei temi credo ciclicamente ritornanti, non secondari. Li trattano certo nella forma della notilla, non esaustivamente né esemplarmente, in legame con prassi altrui e mie. Qui, in particolare: la presunta (e per l’ennesima volta da me negata) centralità delle deformazioni linguistiche nella scrittura di ricerca; la narrazione e l’asserzione; la prosa in prosa e il flarf.

pagine estive (o quasi) che vanno bene anche per l’autunno _ (15) corrispondenza privata : assertivo / non assertivo

1.

Sull’idea (imprecisa e da verificare) di non assertività, legata a quanto oltrepassa la linea del cambio di paradigma, linkerei daccapo il testo Riambientarsi (ma anche difendersi), in https://slowforward.wordpress.com/2012/09/29/riambientarsi-ma-anche-difendersi (e qui), nel quale forse in modo prolisso – ma proprio per questo estesamente – è esplicitato cosa si può intendere per scritture nuove, non assertive, appunto. (Traendo esempi, in particolare, da Corrado Costa, Christophe Tarkos, Ida Börjel). (Con ciò relativizzando, giocoforza, l’aggettivo “nuove”, come più volte spiegato).

E aggiungo: c’è un’assertività su cui si può (diciamo così) concordare, di cui si può prendere anche felicemente atto, pur facendo essa riferimento a un “prima” del cambio di paradigma. È l’assertività di chi scrive egregiamente in modo “modernista”, tutt’ora, a cambio di paradigma avvenuto. Cioè è l’assertività di una qualche lirica (o antilirica) che funziona, che lavora in direzioni note ma con acquisizioni interessanti e ben più che semplicemente interessanti. (Per dire: alcune cose di Giuliano Mesa, principalmente il Tiresia). (Mentre già Quattro quaderni è assai poco modernista, è evidentemente oltre/dopo il paradigma, in un modo del tutto inedito/isolato rispetto ad esperienze di altri autori). A me sembra percorso affascinante e produttivo; talvolta, sicuramente, rischioso (nel senso che è facile, percorrendo una strada simile, non spostarsi da una determinata linea di preorientamento o previsione dell’assenso del lettore). (Attraverso la struttura e l’architettura complessiva del testo, se non attraverso i meccanismi interni, microtestuali, consueti: rima, omofonie, a-capo significativi, isotopie, ..).

C’è poi, invece, Continue reading

corrispondenza privata _ (1) : assertivo / non assertivo

1.

Sull’idea (imprecisa e da verificare) di non assertività, legata a quanto oltrepassa la linea del cambio di paradigma, linkerei daccapo il testo Riambientarsi (ma anche difendersi), in https://slowforward.wordpress.com/2012/09/29/riambientarsi-ma-anche-difendersi (e qui), nel quale forse in modo prolisso – ma proprio per questo estesamente – è esplicitato cosa si può intendere per scritture nuove, non assertive, appunto. (Traendo esempi, in particolare, da Corrado Costa, Christophe Tarkos, Ida Börjel). (Con ciò relativizzando, giocoforza, l’aggettivo “nuove”, come più volte spiegato).

E aggiungo: c’è un’assertività su cui si può (diciamo così) concordare, di cui si può prendere anche felicemente atto, pur facendo essa riferimento a un “prima” del cambio di paradigma. È l’assertività di chi scrive egregiamente in modo “modernista”, tutt’ora, a cambio di paradigma avvenuto. Cioè è l’assertività di una qualche lirica (o antilirica) che funziona, che lavora in direzioni note ma con acquisizioni interessanti e ben più che semplicemente interessanti. (Per dire: alcune cose di Giuliano Mesa, principalmente il Tiresia). (Mentre già Quattro quaderni è assai poco modernista, è evidentemente oltre/dopo il paradigma, in un modo del tutto inedito/isolato rispetto ad esperienze di altri autori). A me sembra percorso affascinante e produttivo; talvolta, sicuramente, rischioso (nel senso che è facile, percorrendo una strada simile, non spostarsi da una determinata linea di preorientamento o previsione dell’assenso del lettore). (Attraverso la struttura e l’architettura complessiva del testo, se non attraverso i meccanismi interni, microtestuali, consueti: rima, omofonie, a-capo significativi, isotopie, ..).

C’è poi, invece, Continue reading