adriano spatola, l’oblò

adriano spatola : l’oblò (feltrinelli, 1964)

 

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[dall’introduzione presente nel pdf]
“Per una curiosa ma forse significativa coincidenza L’Oblò, il primo e finora unico romanzo di Adriano Spatola (un secondo Achille, forse rimasto incompiuto, giace in qualche cassetto), pubblicato nelle Comete Feltrinelli nel 1964, è riapparso negli Stati Uniti in versione inglese 47 anni dopo: e 47 sono gli anni che il poeta aveva al momento della morte, avvenuta nel 1988. Del romanzo si riproduce qui il primo capitolo sia nell’originale italiano che nella traduzione americana., a cura di Beppe Cavatorta e Polly Geller. Il primo è anche autore di un’incisiva postfazione. Il libro statunitense, di 112 pagine, è una coedizione Otis Books di Los Angeles e Seismicity Editions di New York, costa 12,95 dollari e può essere ordinato presso la Small Press Distribution (e-mail: orders@spdbooks.org).”

 

da “soggetti” / riccardo cavallo. 1991

Il genio del fiume. Potenza ninfale del neutro. Anello di congiunzione dalle somiglianze liquide. Le acque le si richiudono sul capo. È accolta da un abbraccio trasformatore. Diviene naiade. Poteva essere l’incubo del tempo travestito da fiume a riscorrerle sopra, come una noia interminabile: fu altrimenti. Il bastone fu abbandonato, asse che collegava visibile ed invisibile, come il cappello, pensiero sfuggito alla cattura.
‘Ogni esistenza, naturalmente, è un processo di demolizione’. Dispersione di cui, andando, venendo e ritornando parlano le onde. Non si parla della dispersione e delle dispersioni: si disperde. Qualcosa inizia nel tempo X, alla fine dei numeri. Nulla di fenomenico che non sia una lettera perduta. Dileguandosi sulla sabbia di una spiaggia ondulano gioiose onde. Pini marittimi e palmizi sullo sfondo. Ogni mormorio svanisce dentro e contro questa visione in dissolvenza, riassorbito nella matrice del silenzio, qualunque dramma viene così eliminato. La immagine in dissolvenza mostra appena braccia nude che si sfiorano nella frescura di un primo contatto. Se qualcuno vi interroga sulla legge, le vostre parole siano sempre opposte. Servitevi delle opposizioni
che esistono nelle cose, e della mutua relazione dell’andato e del venuto.
Ibis era uno dei nomi. Anche Iblis. Lungo il tragitto del pomeriggio la vita qui, qui sul mio divano, altro che decorazione di pagine, sia pure con grafia spicciola ed ingenua all’apparenza era di passione che si trattava. Del linguaggio come passione. Non si può possedere ciò che è morto. Né ciò che non è nato, che non può a sua volta né soffrire né
morire. Donde la mirabile insondabilità del vivente. Disse il genio del fiume: trascinandola turbinosamente in profondità così la afferrai. Ella si gettò dentro di me. Ci sono più versioni. Oro, argento, riflessi verdastri e cerulei prima del buio fluttuante del fondo. Arrivò così, con un bassissimo gorgoglio che pareva di piacere, al cuore stesso delle sue percezioni. Stringhe di se stesse in uno spazio a dieci dimensioni, c’era vicinissima.

La madre, probabilmente, in un’altra vita; il polo d’attrazione; qui, sul divano.

 

(da “Roma Sorante”, anno II, n. 5, giugno 1991)

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