se il troppo dire significa silenzio. [giornata mondiale della salute mentale]

Mariasole Ariot

In un giorno come questo, 10 ottobre, Giornata mondiale della Salute Mentale, vorrei cercare di aprire una porta alla riflessione sul tema troppo trascurato ma sin troppo detto, un rumore di superficie, nei social e nei media, di bocca in bocca, con un tentativo di sensibilizzazione che spesso risulta privo di una vera coscienza e conoscenza. È necessario un cambio di paradigma, una modificazione dello sguardo.

Come scriveva, in forma di domanda e non di risposta, lo psicologo clinico statunitense Huw Green, specializzato in neuropsicologia, in un recente articolo apparso nel New York Times, l’uso del termine Salute mentale, può essere fuorviante.

“The focus of most of these discussions is improved mental health for all, rather than focusing on a particular group or condition. But language can be slippery.”

Esistono luoghi, intesi come territori fisici, sociali, soggettivi, metaforici ,che restano nel sommerso: la parola – la pienezza della parola (o il suo svuotamento) porta in seno la possibilità di portare in superficie il peso di ciò di cui “la parola parla” o, per paradosso, nel suo eccesso e proliferazione, di toglierlo, sminuendone la portata.

Nella giornata della salute mentale, un primo passo da compiere è insito nel linguaggio: se prolifera negli ovunque una terminologia attinta superficialmente dalla quella psichiatrica, fuorviando e modificando radicalmente la portata di ciò di cui si sta dicendo, anziché destigmatizzare, creiamo nuovo stigma: dare dignità al disagio psichico significa riconoscerlo, stabilire una demarcazione, in due direzioni. Da un lato, quello di riconoscere una differenza di condizione del malato dal non malato, dall’altro quello di riconoscere un’uguaglianza inclusiva di soggettività (dove il soggettivo dell’Altro si inserisce nell’uguale).

Se ci adeguiamo ad un utilizzo generalizzato e confuso di termini come depressione, panico, trauma, schizofrenia, bipolarismo, paranoia, psicosi, psicopatia, tso, pazzo, perverso, in una modalità che non prevede una discriminazione critica tra ciò che è realmente patologico (cronico o transitorio) da ciò che non lo è, à la “siamo tutti folli”, non faremo mai lo sforzo di aprire le maglie delle reali condizioni di chi è afflitto da malattia, che non comporta solo la sofferenza psichica, ma anche una sofferenza in termini di qualità di vita. Di condizione.

Parlare di salute mentale evitando di nominare la malattia, e farlo per un tentativo destigmatizzante, cancella, pur non volendolo, il reale del problema di cui si vuole fare opera di sensibilizzazione.

Nel sommerso di un oggi già di per sé malato socialmente e antropologicamente, chi vive una patologia psichiatrica, rientra – e deve essere incluso – all’interno delle minoranze e delle categorie fragili che, al contrario, la narrazione comune, anche quella intellettuale, non considera. Una dimenticanza inaccettabile.

In questo mondo sommerso esistono persone escluse per una fuorviante inclusione, che lavorano giorno dopo giorno non retribuite: è il mondo delle cooperative in cui vengono inserite persone con patologie invalidanti che lavorano per aziende (siano realizzazioni di bomboniere, siano lavori di assemblaggio) che nel migliore dei casi percepiscono 50 euro al mese. In altri si tratta di puro “volontariato”. Una “paga” che di fatto non permette neppure di pagare il mezzo di trasporto con cui ci si reca a “lavoro” (le virgolette non sono casuali), mezzo che sia il proprio o pubblico.
La retorica è: diamo loro una possibilità, aiuto per scandire il giorno, lo stare comune. Ma si tratta (anche) di lavoro – un lavoro non retribuito. E se l’intento è lodevole, la modalità è indignitosa.

Gli assegni di invalidità, dove invalidità significa testualmente invalidità al lavoro, e che sono dati, a chi è giudicato (di fronte ad una commissione-tribunale) invalido dal 74% al 99% corrispondono ad una cifra leggermente inferiore a 300 euro.
Cifra ritenuta incostituzionale dalla Corte di Appello di Torino nel 2019: una dichiarazione caduta nel vuoto.

Cosa comporta questo? Che il malato – soggetto, persona – non può autosostenersi. Significa che in un sistema familistico come quello italiano ha due sole opzioni: tornare o restare a carico della famiglia di origine – molto spesso una famiglia che sta in parte a monte dello sviluppo della patologia – o la scelta costretta di vivere in una comunità “protetta”.

Nel sommerso non viene detto, per citare un esempio, che nelle comunità psichiatriche pubbliche (e, va da sé, nei reparti psichiatrici), il cibo che viene dato a chi vive in queste strutture o chi è in regime di ricovero è di qualità scadente, immangiabile, forse succulento per un animaletto affamato: un caso specifico è quello di una stessa catena di cibo di ristorazione collettiva che prevede una suddivisione di pasti di categoria A e pasti di categoria B. Ai malati di altri reparti spetta la categoria A, nei reparti psichiatrici si concede la categoria B.

Nutrizione di serie B, cure di serie B, esseri umani di serie B.

Se nei reparti ospedalieri, quando funzionano bene, le mura sono dipinte, e l’igiene è al primo posto, nei reparti psichiatrici: è la ruggine dei posaceneri, è la calce caduta, è l’assenza di posti a sedere che costringono i ricoverati a rannicchiarsi a terra nelle ore in cui le finestre sbarrate vengono aperte, le camere chiuse a chiave. Non passa l’aria, non passano le ore. La parola viene inghiottita dal silenzio.

Siamo in un’epoca in cui, per ovviare alla carenza di spazio d’ascolto psicoterapeutico nel pubblico, se non la sua totale assenza, l’unica risorsa a cui si attinge è la massiccia e selvaggia psicofarmacologizzazione – ed è necessario compiere un passo di lato rispetto al grido, a cui mi associo, che mette in luce la diffusione a scopo di lucro degli psicofarmaci da parte dei colossi delle case farmaceutiche: il passo di lato sta nell’osservare e nel prendere coscienza del fatto che sono troppo spesso gli stessi psichiatri, nel pubblico come nel privato, a facilitarsi nel proprio lavoro, ponendo in prima linea, se non come unica linea, il farmaco rispetto alla cura della parola. Rapido e indolore (per chi li somministra).

Per un triste meccanismo inconscio, anche chi è sensibile ai diritti dei migranti, in risposta ad un perfetto italiano “Signora, può aiutarmi?” si risponde con il tu :”Scusami, non ho monete”, e così vale nei mondi sommersi della psichiatria. Il tu, come coerentemente afferma Correale, viene utilizzato indiscriminatamente dal personale sanitario sia nei confronti di ragazzi e ragazze, sia per persone dai trent’anni in su, anche quando non c’è alcuna intimità o continuità di cura e conoscenza.
Perché? Perché consciamente o inconsciamente, che sia per atteggiamento discriminante, che sia per propensione empatica e sensibile, si considera l’altro come altro minorizzato, creando così una potente asimmetria di potere – sia essa voluta, sia non voluta. Un automatismo che “dislivella”.

Sensibilizzare, destigmatizzare, significa far emergere dal buio ciò che non viene detto, ciò che non si può dire, significa entrare, non necessariamente fisicamente nei territori in cui queste cose accadono.

La serie ospedaliera (per citare la Rosselli) non è occupata da tutti: se ho un dolore al ginocchio, non posso permettermi di dire “sono un po’ fribomialgico”. Grazie al cielo non passerebbe per la testa di nessuno. Se al contrario anziché dire “sono un po’ giù”, diciamo “sono depresso”, se per piccoli sbalzi di umore, si dice “tu sei bipolare”, se si utilizza impropriamente, come ha fatto addirittura Aldo Busi – di cui nessuno può negare l’enorme cultura, il termine schizofrenia per parlare di personalità multiple, se si confonde la psicosi con la psicopatia, stiamo facendo stigma.

Non è questa una volontà di porre una misura quantitativa o qualitativa della sofferenza: la sofferenza la può vivere, talvolta in termini devastanti, chiunque, e, in casi specifici, può essere anche più elevata di quella provata da chi vive una condizione di malattia psichica (o, se si preferisce, psichiatrica).

Ma è necessario fare un distinguo tra salute e malattia: farci portatori di una volontà di inclusione e uguaglianza significa anche dare dignità alla differenza.

Non dobbiamo sensibilizzare verso la salute : dobbiamo sensibilizzare verso la malattia.

Lindokuhle Sobekwa, Lockdown livello 3 (2020). Da: https://www.featureshoot.com/2021/01/5-photographers-cope-with-anxiety-amid-the-covid-19-pandemic/

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