scrittrici crudeli / valentina presti danisi. 2022

Valentina Presti Danisi

Volevo scrivere un post sulle scrittrici crudeli, traendo spunto da alcune letture recenti che ho fatto, tanto per cominciare la raccolta di racconti “Un’innocente crudeltà” di Silvina Ocampo, il cui titolo mi ha appunto ispirato il tema. Casualmente poco prima avevo letto “L’ospite e altri racconti” di Amparo Dávila, dove pure si esprime una certa crudeltà, che mi pare però diversa per natura e intensità da quella di Ocampo. Nei brevi racconti di Ocampo la crudeltà (dei personaggi, delle storie, dell’autrice?) è a tutti gli effetti “innocente”, quindi di una gratuità senza accanimento, per così dire. Non è mossa da rabbia o in generale da motivazioni psicologiche di sorta, rientra diciamo nel gioco letterario. Per cui diverte abbastanza, almeno me, ma non la trovo catartica. Ocampo ha ovviamente una scrittura elegantissima e dei picchi di genio, ma nel complesso i meccanismi dei racconti possono risultare ripetitivi. Quindi una bella lettura, ma meglio se saltuaria.
Amparo Dávila ci mette quel carico di cupezza in più che per me significa amore a prima vista. Anche qui c’è molto gioco letterario, ma l’ho trovato meno “addomesticato” di quello di Ocampo, più feroce. C’è paranoia, c’è follia, c’è dell’inspiegabile. La mia impressione è che qui la crudeltà slitti dall’innocenza all’arbitrio. Ma c’è quel po’ di intenzione in più che la rende più comprensibile e vicina, sostanzialmente più umana. Nel primo racconto, “Frammento di un diario”, un uomo compila una propria scala del dolore e registra puntigliosamente a quale grado si trova nel corso delle giornate. Il “quotidiano esercizio del dolore” diventa la sua unica attività e scopo di vita. Al punto da scegliere di sbarazzarsi di chiunque, nel tentativo di creare un legame con lui, possa interferire (“Temevo che la sua semplice presenza potesse disperdere il mio dolore”). Poi qui avevo scritto due righe su un mio tentativo di stilare una scala del dolore, ma le ho tagliate.

Sempre per casualità (ma chissà), ho poi letto “L’età inquieta” di Anna Starobinec, una raccolta di racconti definiti in copertina “dell’orrore”. Ed effettivamente qui si vira con decisione verso il macabro. Le idee di Starobinec sono interessanti, ma purtroppo spesso gli epiloghi sembrano fungere da spiegone. Non a caso il racconto più riuscito, secondo me, è quello più surreale (“La famiglia”), dove l’autrice rinuncia saggiamente a dare una spiegazione degli strani fenomeni vissuti dal protagonista. L’inquietudine così è salva.

Ancora un paio di scrittrici “crudeli”. Qualche tempo fa avevo letto “Ermellino bianco e altri racconti”, Noëlle Revaz. Racconti di estrema cattiveria, di freddezza alienata, o fredda alienazione, e spesso di violenza. Una violenza molto intima, interna alla natura umana più oscura e abissale. E che non viene sbattuta lì in modo sguaiato e gratuito, ma fatta filtrare, crescere e montare a poco a poco, quindi molto più sottile e in ultimo invadente. Tutta questa descrizione mi fa schifo, è vuota di fronte alla densità di questi racconti. Non sono per chiunque, questo lo dico. Le relazioni rappresentate, soprattutto quelle familiari, soprattutto con figure convenzionalmente innocue o tenere come possono essere i nonni, ma anche con gli animali, hanno qualcosa di profondamente storto. Ma per chi se la sente, dico pure che era da tempo che non mi capitava una lettura così folgorante.

E prima ancora “Costellazioni familiari” di Anna Llurba, ancora una volta racconti, che coprono un ampio range, dal fantastico al grottesco al mistico all’horror. Molti sono disturbanti, il mio preferito è anche un poco macabro (“quello dei cani”, se lo leggerete lo riconoscerete). Ana Llurba non si trattiene, si aspetta molto da chi legge, ma dà anche molto, specie nella forma di incubi lucidi, orrori mai gratuiti, inquietudini pervasive. Lavora la realtà col sogno, come in un impasto, e abilmente ne tira fuori un immaginario unico, pur se inspirato e nutrito da autrici del calibro di Ursula K. Le Guin e Carmen Maria Machado, che infatti sono più o meno velatamente richiamate in alcuni racconti.

Infine, ricordando che questa breve lista si basa solo su mie letture relativamente recenti, non posso non citare la maestra Shirley Jackson, regina fredda della crudeltà, netta e precisa come un ago che trapassa il centro di un cuore. Sono arrivata forse tardi alla lettura di Hill House, se esiste qualcosa come “arrivare tardi alla lettura di…”, ma soprattutto in un momento piuttosto critico per me. Posso dire questo, se siete persone con tendenze paranoidi, vi interrogate spesso se certe cose siano solo frutto della vostra mente, soprattutto per quel che riguarda le dinamiche relazionali, e magari siete anche “in uno di quei periodi”, consiglio di rimandare la lettura di Hill House, senza sensi di colpa. L’esperienza può essere destabilizzante, because she’s the real deal.

Comunque alla fine mi sono annoiata di scrivere il post sulle scrittrici crudeli, e così non l’ho fatto.


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Bibliografia:

Silvina Ocampo, Un’innocente crudeltà, trad. Francesca Lazzarato, La Nuova Frontiera
Amparo Dávila, L’ospite e altri racconti, trad. Giulia Zavagna, Safarà 
Anna Starobinec, L’età inquieta, trad. Mario Alessandro Curletto, Isbn
Noëlle Revaz, Ermellino bianco e altri racconti, trad. Maurizia Balmelli, Casagrande
Anna Llurba, Costellazioni familiari, trad. Francesca Bianchi, Eris
Shirley Jackson, L’incubo di Hill House, trad. Monica Pareschi, Adelphi