lo sciopero di stradella / gabriele dadati

Articolo di Gabriele Dadati apparso oggi nel quotidiano “Libertà” di Piacenza: https://www.facebook.com/gabriele.dadati/posts/10159379411937320.

Giovedì, verso l’ora di pranzo, mi ha chiamato Luca Ussia, direttore editoriale di Baldini+Castoldi, la casa editrice che pubblica i miei libri. Voleva dirmi che il prossimo, previsto in uscita il 17 giugno, sarebbe slittato almeno a inizio luglio.

“A Stradella è in corso uno sciopero senza precedenti dei lavoratori della logistica”, ha spiegato. “I libri partono da lì al momento del lancio, ma sono a magazzino, prigionieri. Stanno saltando le uscite di tutti gli editori. Finché non si sblocca la situazione la vedo male”. Era dispiaciuto: sapeva le corse fatte per consegnare in tempo.
Ho sdrammatizzato: “Abbiamo pubblicato un libro tre settimane prima di una pandemia e un altro in piena seconda ondata. Un po’ di ritardo per uno sciopero mi sembra il meno”.

Poi, fatte due chiacchiere, ci siamo salutati.

Venerdì mattina, dopo aver letto gli articoli dedicati alla vicenda da “Il Post” e da qualche altro sito, ho scritto su Facebook del rinvio. Concludendo il mio status così: «A me, francamente, sembra che gli scioperanti abbiano ragione su tutta la linea. Ritardino pure i libri. Leggerli serve tra le altre cose a capire che prima di tutto vengono le persone». Ho cliccato. Hanno cominciato ad arrivare i mi piace e i commenti positivi alla mia presa di posizione. È stato in quel momento che mi sono sentito male.

Detesto le prese di posizione fasulle in pubblico. Intendo quelle dei leader di partito o di vip che scrivono sui social “Una preghiera per” più il nome della vittima del giorno. O “Giustizia per” o “La mia solidarietà va a”. Perché le cose sono due, nella vita: o si rivolge un pensiero, e lo si fa nel chiuso delle proprie stanze, o ci si attiva per dare una mano, e lo si fa andando sul posto, non scrivendo in rete.
Così, irritato da me stesso, dopo pranzo ho guidato fino a Stradella, dove sorge “La città dei libri”. Si vede la scritta dall’A21, subito dopo averne vista un’altra, all’altezza di Castel San Giovanni: “Amazon”. Perché logistica piacentina e pavese, in quella zona, si toccano. I capannoni sono gli stessi, le logiche anche.

Quando sono arrivato c’erano un paio di auto delle forze dell’ordine nel parcheggio e qualche decina di manifestanti presso l’ingresso dell’area. Il picchetto stazionava lì ormai da una settimana.

Mi sono avvicinato, ma non sapevo cosa dire: non sono giornalista e presentarmi come scrittore mi fa sempre sentire inadeguato. Mi è uscito: “Ciao, scusate, posso disturbarvi?”. Uno mi ha fatto cenno di sì con la testa. “Mi chiamo Gabriele, sono venuto a vedere cosa succede. Lì dentro – ho indicato con il braccio – c’è un mio libro. Doveva uscire, ma… Insomma, fa lo stesso, uscirà quando uscirà. Però abito a mezzora da qui. Se qualcuno ha voglia di parlarmi…”

Lo stesso che mi aveva fatto il cenno con la testa ha detto: “Qui tutti possono parlarti. Ci scrivi un altro libro. Ognuno ha la sua storia. Gira, chiedi”.

“Tu mi parleresti?”

“Ma ci vuole tempo, se vuoi capire”.

Mi sono stretto nelle spalle: “Ho tutto il tempo che serve. Voglio solo veder giocare l’Italia stasera”.

“Va bene”.

È iniziato così il mio lungo pomeriggio di ascolto. Superata ogni diffidenza, testimonianza dopo testimonianza ho visto comporsi davanti a me il quadro di anni di strategia del terrore. Perché tra le aziende di distribuzione libraria che si appoggiano al magazzino di Stradella e i lavoratori ci sono sempre di mezzo cooperative evanescenti, che cambiano di anno in anno, che fanno promesse bugiarde e intanto impongono una quotidianità intollerabile.

Solo di recente si è arrivati ad avere turni orari definiti: quando dieci anni fa è sorta la “Città dei libri” si lavorava dalle 11 ore in su, sabato, domenica e notturni compresi, senza adeguamento salariale. Il passaggio da una cooperativa all’altra, con contratti a termine, impediva di rivendicare il tempo indeterminato e di avere scatti di anzianità o livello. I permessi di soggiorno talvolta saltavano perché si scopriva che i contributi non erano stati pagati: il lavoratore risultava disoccupato e non aveva diritto a rimanere in Italia. Nessuna particolare tutela per le donne incinte. TFR che evaporavano come ghiaccio al sole. Cambi di sede dalla sera alla mattina – con trasferimenti a magazzini distanti decine di chilometri – solo perché magari c’era stato un litigio. E senza comunicazione preventiva: il lavoratore arrivava lì e gli veniva detto al cancello di ripartire, magari, per Rozzano. Nessun ragionamento sui turni di mogli e mariti, portandoli a doversi scambiare i figli piccoli di notte nel parcheggio, perché non si dava a uno la possibilità di tornare a casa prima che uscisse l’altro. La necessità di andare in bagno mal tollerata, con responsabili che stazionavano davanti alla porta. Pressioni sessuali sulle lavoratrici per avere i rinnovi. Assenza di permessi non retribuiti.

Lentamente, negli ultimi anni, le cose sono cambiate. Determinante – per i tanti che mi hanno parlato – è stato l’apporto di Si Cobas, a cui si sono iscritti 238 su circa 700 operai. Con molto garbo mi hanno detto che certe vittorie se le sono intestate i sindacati confederali, ma importa poco. Soprattutto ora che all’orizzonte si profilano due eventi catastrofici: la possibile fuga di Mondadori, con tutti i suoi marchi, dal portafoglio clienti e soprattutto l’installazione di un nuovo, enorme macchinario che assorbirà tante delle fasi di lavorazione. Con una ricaduta occupazionale drammatica. Dopo anni di promesse non mantenute se non grazie alle lotte sindacali, quello che serve è un vero piano occupazionale firmato in Prefettura. Soprattutto per i più anziani, che non saprebbero come reiventarsi.

Dopo quasi quattro ore il clima era fraterno. Mi hanno offerto caffè e coca-cola, ci siamo presi in giro a vicenda, abbiamo cercato i miei libri su internet e mi hanno detto che li lavoreranno meglio degli altri. Ci siamo scambiati video e foto con i cellulari. Ho raccontato di me, e soprattutto ho promesso che avrei scritto. Anche se aveva ragione chi all’inizio mi diceva che ce n’era abbastanza per un libro, di cui mi suggeriva il titolo: “Ceva di sangue”. Ceva Logistics è infatti il nome della multinazionale proprietaria degli impianti non solo a Stradella, ma in quasi 200 Paesi nel mondo.

Ero il primo scrittore che vedevano in vita loro. E loro erano i primi operai della logistica del libro che incontravo in vita mia, che pure conosco tipografi e librai, editori e promotori, cioè tutti gli altri anelli della filiera. Era ora, no?

Mentre guidavo verso casa ho sognato a occhi aperti: e se il Premio Strega abbandonasse Villa Giulia, a Roma, e il Campiello il teatro La Fenice, a Venezia, e venissero qui per le premiazioni? Se per una volta gli scrittori lasciassero i salotti buoni (e i social) e si sedessero tra gli operai portandoli sotto l’occhio delle telecamere come meritano? Allora sì, davvero, le persone verrebbero prima dei libri. Che non sono fatti solo di carta (possibilmente riciclata).

Gabriele Dadati

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