storia semplice di una “visita”

Pur avendo appuntamento alle 8:20, essendo il primo in lista, mi visita alle 9:40 senza una parola di spiegazione (non scusa, dico semplice spiegazione).

Il tono è da subito scostante, sbrigativo: è evidentemente distratto da elementi che – del tutto inascoltato – indico come risolti. Non mi lascia esporre le varie articolazioni del mio caso (nemmeno mezza parola).

Si mostra anzi si dichiara annoiato dal fatto che ritardo 3 secondi 3 (di orologio, netti) a estrarre un referto precedente. È in ogni caso del tutto indifferente all’aspetto sostanziale dei disturbi. Di cui non mi fa chiarire il quadro.

Incapace di gestire il colloquio, se non straparlando. Tiene la mascherina abbassata quasi fin sotto la bocca (in seguito lo negherà: ma resta da capire come io possa sapere che porta i baffi se non perché glieli ho visti, insieme a parte della bocca, durante tutta la “visita”).

Tratta con sufficienza ogni domanda. Nemmeno mi visita. Proprio zero. Ha già deciso, vagliando solo, e rapidamente, le carte. Alza la voce. Non dà diagnosi. Né indicazioni di prassi, o farmaci. Zero.

Se avessi infilato le mie carte in una spillatrice meccanica ne avrei ricavato, ritirandole, un carico di empatia e premura parecchio più alto.

Ovviamente reagisco a questo trattamento, credo abbia capito che la voce so alzarla anche io, è piuttosto semplice e dipende dai polmoni e dalle corde vocali, che in questo mi assistono.

Appena avrò due minuti di tempo chiederò il rimborso dei 12 euro e 91 centesimi che questa “visita” mi è costata. Avrebbero dovuto semmai pagare me, e parecchio di più.

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