una nota per “quasi tutti” (miraggi edizioni, 2018) / leonardo canella. 2020

C’è un carattere performativo fortissimo in Quasi tutti. Microtensori e prosa in prosa 2008-2010-2018  di Marco Giovenale. I testi presenti sono un campo in cui senti un ago che ti stuzzica la mente, e ti sembra di avere davanti una storia conosciuta (dove? tv telefono internet strada?), o un elenco iniziato a metà e non finito. O un pezzo di vita parlata o chattata. Con titoli che sono segnali con indicazioni sbagliate. Ma non sempre. E se non ci sono dei titoli, ci sono dei numeri. O semplici X. O nulla. E poi sulla pagina spazi bianchi dopo poche righe. O molte. Sicuramente quasi poche, quasi molte. Come vuole il titolo della raccolta.

Maglioncino, occhiali, quasi pallido: questo è Marco nel 2013 a Ricercabo.  Anno 2020, nella mia mente ci sono ancora quel maglioncino quegli occhiali quel pallore. E tanti silenzi introiettati, rotti soprattutto quando Marco commenta i lavori degli altri, o quando legge i suoi. E qui è performance, e tu ascolti. La performance della parola letta completa la performance della parola scritta, si sa. Ma la sorpresa è che Marco lo fa veramente bene. Quando legge, quando scrive.

Ognuno avrà le sue preferenze, io vado a p.46 (ci pensa Paolo Zublena, nel post (it) a fine volume, a indicarti con super competenza il menù e gli ingredienti. E ti dice anche da dove vengono). In 29 righe Marco inietta 45 volte Quasi tutti (è l’ago che stuzzica la mente, dicevamo). In mezzo ci trovi anche frutta malati merde e depressi, e un mutuo da prendere. E sorridi, ma sempre con l’ago che ti stuzzica la mente (ce l’ha dato il Dadaismo, questo ago, ma più sottile e fastidioso). E passi a lei non deve più cercare una farmacia (p.82), e trovi bambini che fanno il bagno in un mare di vermi. A Napoli. Ma anche 50mila tetrabytes e un soccer 3D. E rimani in sospeso, quasi. Perché la fine non c’è, neppure nelle vite illustri di Alberto e Federico (p.69, p.73). Che è quello che vuole la prosa in prosa, non finire (ma sempre quasi non finire). E in armenia (p.61) c’è un film – dove l’ho visto? – che infatti proprio non vuole finire e per uscire dalla sala devi sperare che li ammazzino tutti. O quasi. Confesso che ho pensato, tempo fa, che questa scrittura fosse solo analitica. Abbozzai nella mia testa le ragioni di una scrittura romana più mentale/sperimentale e quelle di una emiliana/settentrionale più sensuale, avvolgente. In buona parte sbagliavo, qui l’ingrediente numero uno è quello performativo. Certo l’analisi c’è, eccome (vai a p.89 e 98), ma sempre alleggerita da un quasi e intrisa del suo opposto. Faresti male a staccare le due. Se poi leggi perché andiamo in messico? (p.108), l’analisi non c’è o sembra non esserci. E senti la voglia che qualcuno ti legga quel testo. Ma se ti convinci di averla trovata, l’analisi – FAQ (answers only), p.55. Non è un elenco di risposte senza domande? – , sappi che le domande ci sono, e che tu le devi cercare.

Quasi tutti dà la sensazione di testi aggiornatissimi, sulla cresta dell’onda. Come se l’ago che l’autore ti pianta nella mente, alla fine toccasse la tua pelle dandoti piccole scosse di vita. E ripensi, quasi, all’omino del sonno (p.109) o a fogne (p.65). Comunque “non sentirti in imbarazzo, puoi leggere in tutti gli ordini. – come? scusa? – indicazioni preziose – come? scusa?”.

Leonardo Canella