abilitarci a un silenzio interiore / mariangela guatteri. 2020

Il post del 1 luglio su Sloforward  (https://slowforward.net/2020/07/01/landirivieni/) mi ha fatto venire in mente il testo a p.79 del libro Figurina enigmistica:

Visualizing data is like photography [6]
(Millivan e Sullivan si fanno un viaggio)

ciò che veramente mi ha colpito, però, era sapere che le linee non rappresentano coste o fiumi o confini politici ma i veri rapporti umani dove sei? a casa sto arrivando qui dietro alle tue spalle dove sei? non c’è campo dove è andato? dove è adesso? non è raggiungibile Tolstoj il traffico è residuo avete lasciato la Slovenia e siete entrati in Croazia dovete andare a votare è ora di rivolgersi verso la Mecca per pregare

1941 Varsavia a occidente, 1809 Varsavia a oriente , XIV sec. non c’è Varsavia. Registrazioni: “Avete lasciato la Germania e siete entrati in Polonia” [7]

apt-get install anarchy 

Sconnessione, scrivi, “in tanti tempi e frammenti di tempi”;  “la perdita inevitabile e a volte radicale del contatto, oppure la ricomparsa di voci che si davano per disperse, la dissipazione della grana del discorso, il suo sgretolamento e resurrezione”,  mi rende in modo magnifico la frammentazione della dimensione umana e la possibilità di un’autentica riconnessione. Via da schemi di pensiero, via dalle gabbie percettive, via dai cliché.

Penso che la questione difficile del “soggetto” possa essere affrontata proprio a partire dal discorso del glitch che pone in primo piano il disturbo della dimensione individuale dell’umano. L’umano che si pensa in quanto “individuo” è in realtà un essere diviso, scisso da un movimento del reale che lo comprende ma in cui non riesce, in ultima istanza, a sentirsi e a pensarsi.

Il glitch forse mette il riflettore sul disturbo stesso, sottolinea l’errore di una irreale (non attuata) unità dell’individuo che continua a dimenarsi tra la percezione di un sé soggetto (pietrificato e chiuso) e di un oggetto al quale riferirsi e col quale entrare in una connessione che in realtà non c’è (ecco, ad esempio, quella poesia dei “sentimenti” che suonano arroganti perché pensati come “universali”, ma mi paiono il frutto di un’emotività scatenata in versi che non hanno risonanza).

Mi viene in mente uno dei discorsi di J. Krishnamurti in cui tratta della mente quando agisce in modo completo. Sottolinea il significato di “individuo” che vuol dire indivisibile. Un individuo sarebbe perciò qualcosa di non frammentario, di intero; in inglese, whole e holy, evidenzia Krishnamurti, hanno la medesima origine. Essere realmente vivi, equilibrati, integri, diceva, è essere santi, sacri. Tutto ciò al di fuori di un discorso puramente religioso.

Un individuo “sacro” è perciò chi ha ricostruito una dimensione dell’essere non basata sul conflitto – che è sempre interiore in prima istanza -, una dimensione che manda in pezzi. È un discorso che porta lontano ma mi pare una base solida per iniziare a riflettere sulla portata di una ricerca che indaga il disturbo, la frammentazione, l’errore di programmazione e di trasmissione, sino ad arrivare al paradosso asemantico che ha facoltà di abilitarci a un silenzio interiore senza il quale l’osservare (con chiarezza) e il conoscere (le cose come sono) – una resurrezione – è impossibile.