alcune note sullo “zodiaco” osservando gli scatti di giaccone / giuseppe garrera. 2018


[cliccare per ingrandire a schermo intero]

Le fotografie di Fausto Giaccone ci restituiscono tutta la crudeltà (addirittura, al tempo, si parlò di immane crudeltà) e l’invidiabile arroganza dell’esposizione dello Zodiaco negli spazi di una galleria.

Il firmamento, le costellazioni, tirati giù dalle regioni siderali per far da trionfo alla fine dei tempi, delle stagioni, delle opere e dei giorni come annunciato dall’artista.

Già ridotti ad astrologia settimanale e oroscopo per dattilografe e segretarie, i segni si presentano sulla scena di un garage destituiti da ogni prestigio, con solo l’emozione o il tremito delle cose state immense, vecchi e spelacchiati e come congedati da qualche circo o giostra celeste, deposti dietro quinte o in un sottoscala, dismessi in vista dell’eterno, con avventori che giungono alla spicciolata a vedere che brutta fine hanno fatto le stelle.

Gino De Dominicis li espone come dopo una catastrofe casalinga del mondo, così come accadeva in Gioacchino Belli in cui alla fine di tutte le cose si chiudevano baracche e burattini, si spegnevano i moccoli della luminaria, e si arrotolava l’azzurro come trapunta polverosa al suono di quattro angioloni trombettieri e pernacchioni con la stessa sbrigatezza di una casalinga che sparecchi e spicci e spazzi e pulisca.

Pietà per tutto questo baraccone, per questo carrozzone da fiera paesana, per l’inevitabile desolazione delle cose scadute e degradate e che creano imbarazzo nello scetticismo della modernità, esposti all’annoiata curiosità degli avventori, i segni come fenomeni da circo non sono neanche paragonabili all’asino cacabaiocchi o alla gallina dalle uova d’oro ( mille volte più avvincenti), ma più vicini alle statue e agli dèi abbandonati e scaduti dalla devozione e dalla crudeltà inevitabile dei cuori fedeli.

Purtroppo le cose sono precipitate, come suol dirsi. Il tempo si è scrollato di dosso stelle e pianeti, e la macchina del mondo si sconquassa. Lo spettacolo dei cieli, delle ruote in figura di danza e bestiario, tutto crollato, come da un soffitto, per cedimento strutturale, la volta celeste peggio di cartongesso teatrale di quinta fuori moda. Aver tirato giù gli dèi dal cielo per ritrovarsi ad aggirarsi tra i macchinari e l’attrezzeria di sogni, e carrucole viventi e ormeggi con tanto di vello e pelame di segni metafisici e l’inevitabile spettacolo di cose impolverate e scricchiolanti, e, solo perché nei cieli trionfi l’eternità, andare a vedere da vicino la miseria indorata dall’ordinarietà delle fantasie e la polvere divina come in cima agli armadi o sotto i letti o dietro gli specchi: tutta un’astrologia a picco e mal ridotta e in mal partito e arnese, non più ormai che cronaca d’annunci mortuari celeste.

Ah! Non uscire mai dai numeri e dagli esseri- si era raccomandato Baudelaire, tanto meno scoperchiare il Tempo o andare a spolverare gli angoli dei cieli.

La fine del mondo come un trasloco o sgombero o scasamento, il cielo come una vecchia coltrice da stendere alle ringhiere dei balconi (qui San Giovanni e Gioacchino Belli si danno la mano) o fondale di cartapesta, con il rischio di vedere il retrobottega, come l’aggirarsi o sbucare di pompieri durante l’invocazione alla luna di Norma o proprio nel momento in cui i Druidi minacciano morte e strage agli usurpatori romani.

Serraglio ormai sconclusionato e per di più scellerato: la Bilancia non soppeserà più gli esili confini (sempre più fuggevoli, come i sogni) della notte e del giorno, né Toro e Ariete presiederanno più alla nascita delle greggi, né il Capricorno sarà più di conforto, come soleva, alla sofferenza dei pascoli e degli esseri viventi, né lo Scorpione si allungherà più ad arginare e trattenere in confini ragionevoli l’oscurità che avanza e che già s’addensa inesorabile nella Galleria dell’Attico. Il Leone, spelacchiato dal caldo torrido e per i deserti, sonnecchia, né l’Acquario porterà più piogge e il refrigerio a lui né ai campi assetati e alle distese salate ove i Pesci agonizzanti boccheggiano rassegnati ormai all’asciutto delle terre e al ritirarsi di tutte le acque dall’intero globo. I Segni, smarriti e nel disagio della mostra, non possono sottrarsi alla loro condizione imbarazzante: l’Ariete non controlla lo sfintere (la regolarità intestinale diviene oltraggio), il Leone sbadiglia, la Vergine solleva una gamba gonfia, il Sagittario perde la presa e allenta l’arco. C’è l’umiliazione, tutta l’umiliazione del trionfo: il firmamento esposto al ludibrio proprio come l’umiliazione, nei trionfi romani, riservata ai re e alle regine e ai vinti condotti come schiavi e in catene. Situazione imbarazzante. L’Ariete alla catena e all’anello, il Leone in gabbia, il Toro mansueto e castrato. Se Cleopatra, nobilissima, la più nobile, si è sottratta con la morte all’umiliazione dell’essere esposta al trionfo dello sbarbatello Ottaviano, non lo stesso qui per la Vergine alla derisione e alle illazioni dei visitatori, tanto più se è vera la chiacchera, pettegolezzo degno di un Tacito, che vuole che De Dominicis durante l’allestimento ne abbia approfittato per forzarla. Né può dirsi pietà di vincitori quella di far raccogliere e portare via da un inserviente, prima del trionfo, le feci rilasciate dall’Ariete, sempre più mortificato e che se l’è fatta addosso (stiamo parlando della costellazione mitica dell’Ariete, la miglior stella come la chiama Dante, quella che più a suo modo suggella e riscalda la cera del mondo, sotto il cui buonissimo auspicio Dio diede inizio alla creazione, e Dante al suo viaggio!).

Eppure proprio quella regolarità intestinale che sembra la parte più oltraggiosa, a ben vedere è la traccia da seguire per non passare illesi in mezzo allo Zodiaco e a tutta l’allegoria dell’arte e dell’essere artisti nel mondo dell’oggi che inscena. Come ha insegnato Dostoievkji, la prima dimensione della morte e dell’innocenza (che sono la stessa cosa) è proprio il rilascio sfinterico e ciò che offenderebbe è via lucente, e commossa poesia: la più commossa poesia come, a ragion veduta, si era già visto nella scatoletta di Piero Manzoni offerta agli astanti e alla vendita. Dall’altra, la parte escrementizia e animalesca dell’esposizione, dovendo ancora una volta credere alle voci, fece presto pendere la mostra tutta verso il lato dolcissimo di ciò che non è umano e, come in tutta l’arte intorno a quegli anni (a cominciare, l’anno prima, dall’esposizione di Kounellis nella galleria di 12 cavalli vivi), verso la nostalgia e il sogno della terra degli Houyhnhnms, con l’artista sempre più spesso in compagnia preferibilmente di cavalli, animali, stalle, per evitare il contatto con gli umani e il loro intollerabile puzzo, come Gulliver di ritorno dal paese dei cavalli, così pieno di ripugnanza per l’umanità da non riuscire neppure a sedere alla stessa tavola con la propria sposa e i propri figli o immaginarne un contatto. Di pochi anni dopo sarà la mostra pescarese di De Dominicis nel cui invito si farà esplicito riferimento al fatto che l’ingresso è riservato solo agli animali, così da sgomberare il campo, se ce ne fosse ancora bisogno, da ogni vanità e compiacimento e vaniloqui borghesi durante la mostra.

Giuseppe Garrera

fotografie:
Gino De Dominicis, Lo zodiaco, L’Attico, Roma, 4 aprile 1970, foto Fausto Giaccone.

(collezione Giuseppe Garrera)