medea, sprofondare nel mito / giuseppe garrera

MEDEA
SPROFONDARE NEL MITO
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas
Fotografie di Mario Tursi dalla Collezione privata di Giuseppe Garrera
Accademia d’Ungheria in Roma – Via Giulia, 1
dal 20 ottobre al 19 novembre 2017

 

Maria Callas viene scelta da Pasolini per interpretare il ruolo di Medea proprio quando la sua parabola esistenziale sembra coincidere tragicamente con quella dell’antica eroina: smarrito il potere magico della sua voce, da poco abbandonata dall’uomo che pensava l’amasse e per il quale ha sacrificato tutto, da maga e regina delle scene, divina e potente, è divenuta all’improvviso fragile e vulnerabile: per molti è ormai inesorabilmente avviata sul viale del tramonto, non ha più poteri né regalità né incantamenti.

Per Pier Paolo Pasolini l’incontro con Maria Callas si rivelerà un incontro numinoso, che farà risorgere visioni, susciterà allucinazioni: tutta l’impresa del film Medea prenderà la forma di un viaggio, di una discesa nel regno delle madri.

Come ha scritto Enzo Siciliano, la donna è per Pasolini riapparizione ctonia, riapparizione da un viaggio compiuto nei sentieri che abbiamo abbandonato dall’infanzia: la donna torna ogni volta da lì con una notizia, la notizia del vuoto nel cosmo. Si tratta di ciò che intravvedemmo nell’oscurità stretti alle braccia di nostra madre.

É lo stesso Pasolini a chiedere al fotografo Tursi di catturare, nel volto, nei gesti, nel biancore della pelle di Maria Callas, la visione e il baluginare del terribile, la fine ad un certo punto di ogni consolazione femminile e rassicurazione materna. Le sedute, le riprese, gli scatti, si rivelano una cerimonia evocativa e incantatoria: raramente la macchina fotografica ha mostrato così chiaramente il suo portentoso potere stregonesco.

«Io oggi ho colto un attimo del tuo fulgore», scrive Pasolini alla Callas dopo il primo giorno di riprese: «Ogni giorno un barbaglio, e alla fine si avrà l’intera luminosità».

Attraverso gli straordinari fotogrammi di Tursi, questa mostra restituisce più ancora che l’emozione del momento catturato, l’esperienza del sogno della camera oscura, e del potere che essa, nelle mani di un poeta, possiede, e che in questo caso, come scriveva Moravia all’indomani della prima proiezione del film, arriva addirittura ad attirare e folgorare le presenze e i fantasmi che si sono aggirati intorno alla nostra culla e che presiedono ad ogni dondolio e sprofondamento nella buonanotte.

Giuseppe Garrera
diacritica.it/letture-critiche/la-medea-di-pasolini.html

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