alcuni appunti su un intervento critico di gianluca d’andrea

Nelle sue note sulle scritture recenti e specificamente sulla poesia contemporanea, Gianluca D’Andrea è intervenuto anche sul mio lavoro (e su quello di Italo Testa): https://gianlucadandrea.com/2017/08/16/lettura-45-rocky-o-del-molteplice-individuale-un-racconto-6a-parte/

Cito abbondantemente (ringraziando l’autore per il consenso a riproporre qui parte del suo pezzo), e di seguito accludo alcuni appunti:

Il soggetto della solitudine – orientato nella percezione della stessa solitudine e nell’acquisizione dell’assenza – è il corrispettivo della presenza imposta: il soggetto-maschera che preferisce mimetizzarsi nella materia del suo operato, senza affacciarsi mai dal testo, perdendosi nella sua tessitura.
Il soggetto in questo caso è nello smarrimento, nella selva del linguaggio, evitando il senso nell’iperproduzione di forme.
Nel caso di Marco Giovenale (1969), la programmatica ottenebrazione del soggetto si trasforma in dispositivo che, nella finzione grammaticale della scomparsa, recupera il contatto comunitario in una pietas laica della marginalizzazione di tutti i soggetti: «posso così entrare in questo / gradiente di pianeta che lui / ama, lei ama, l’aria è mite» (M. Giovenale, Shelter, 2010).
L’affermazione di una fuoriuscita dall’impasse identitaria, un tentativo di risposta al monadismo e alla frustrazione della solitudine (quel solipsismo che comporta la scomparsa e che, lo abbiamo visto, è il risultato di un percorso più che quarantennale), è forse l’ossessione più consistente per le generazioni nate negli anni Settanta. L’unica risposta all’alienazione delle coscienze prodotta nella seconda metà del Novecento e che ha condotto a un allontanamento graduale ma costante dell’individuo dalla vita comunitaria, risiede proprio nella presa di coscienza di questa stessa alienazione.
Riconsiderare il mondo, riformulando un contatto, per quanto agonistico, che confermi la presenza dei due versanti relazionali, per cui il soggetto sia parte in causa, né predominante ma neppure marginale, del rapporto, sembra il compito ereditato dai poeti nati nell’ultima fase del XX secolo. Questo “compito” si sviluppa in diversi atteggiamenti, con diverse prospettive, ma in maniera diffusa proprio nella generazione dei “Settanta”, che la critica di almeno un decennio fa vedeva apaticamente schiacciata sulle acquisizioni dei padri (in particolare nella conferma del disorientamento e della “dispersione” dei nati negli anni Quaranta e Cinquanta, cui si è fatto qualche cenno), quando invece si pagavano le conseguenze di una maturazione “ritardata” dalla culla del benessere illusorio, abbiamo visto col riferimento a Rocky, d’epoca “reaganiana” (e che ha strascichi così duraturi da riflettersi anche nelle scelte di poeti nati negli anni Ottanta e, addirittura, Novanta, ma non è questo il luogo per approfondire anche in questa direzione).
La consapevolezza raggiunta del proprio “compito”, dicevamo, sta portando questi poeti a una produzione sempre più decisiva per la “fuoriuscita” e il transito a un mondo che, nonostante le sue ombre, può continuare a fare “comunità”. Nella parcellizzazione e nella frammentazione risiede la potenzialità del “mondo a venire”, nella non azione e nella presenza marginale è l’infimo inizio di nuove prospettive.
In pratica è nel cammino, nello spostamento, che si attua la “rivoluzione” della relazione con l’esistere e la sua ombra sempre incombente.

Non posso che ringraziare Gianluca di questa attenzione, che conferma una tutt’altro che recente sensibilità nei confronti dei miei (e non solo miei) testi. Gli devo (e molti gli devono) più di una osservazione critica.

[Trovo ad esempio particolarmente affilato ed esatto questo passaggio: “Riconsiderare il mondo, riformulando un contatto, per quanto agonistico, che confermi la presenza dei due versanti relazionali, per cui il soggetto sia parte in causa, né predominante ma neppure marginale, del rapporto, sembra il compito ereditato dai poeti nati nell’ultima fase del XX secolo. Questo ‘compito’ si sviluppa in diversi atteggiamenti, con diverse prospettive, ma in maniera diffusa proprio nella generazione dei ‘Settanta'”]

Allo stesso tempo sono lieto di poter cogliere l’occasione di questi appunti per sintetizzare (o diffondermi in) ulteriori notille, precisando la mia direi particolare collocazione nel quadro che – attraverso la serie di pagine che va scrivendo su autori della mia generazione – Gianluca sta elaborando.

Un primo elemento che vorrei mettere in rilievo è forse il dubbio sulla possibilità di considerare il mio lavoro come un tutto unico, tendenzialmente coeso. In effetti, pur potendo identificare alcuni caratteri ovviamente unificanti, direi che dal quadro sgusciano via soprattutto alcune mie pagine (probabilmente ormai maggioritarie) che si muovono a partire da un’idea peculiare di scrittura di ricerca e di un franco e pressoché definitivo cambio di paradigma.

L’articolarsi in più voci differenti del mio percorso sia in versi che soprattutto in prosa spero possa portare a dire che gli stili o modi in campo nei vari libri disegnano una vera e propria schizofrenia, non componibile.

La prosa in prosa in particolare (ma certo non solo quella) mi sembra possa essere interamente messa fuori dall’analisi che Gianluca offre a proposito di una sorta di chiusura all’interno del linguaggio di quello che lui chiama “soggetto della solitudine”. (La frase anzi parla di smarrimento “nella selva del linguaggio, evitando il senso nell’iperproduzione di forme”: mi correrebbe qui, invece, l’obbligo di sottolineare la mia costante perfino cocciuta adesione a quello che Emilio Garroni non può che definire come “senso-non-senso”). (Il senso e il – garroniano – “dover essere del senso” hanno dell’inaggirabile. A differenza del significato).

Mi spiego ulteriormente. Non c’è nessun abbandono al linguaggio nelle testualità o écritures, stringhe e blocchi e sillogismi/paralogismi di Oggettistica (inedito), e direi nemmeno in quelli di Quasi tutti (Polimata, 2010), o di (solutus), sezione centrale di Shelter (Donzelli, 2010). Al contrario spesso il linguaggio è limpido, piano, perfino marcato da una beffarda o ironica mimesi di note ‘gestualità’ narrative. Ed è proprio il rilievo di una simile ironia a volersi talvolta spingere in primo piano, affiorando con intenzione già in superficie.

Questo mi porta anche a riflettere su quelle sezioni che invece, di fatto, sì, hanno una maggiore densità propriamente testuale, davvero di tessitura, textus, come accade in molte frazioni di Shelter e nelle diverse (e a mio parere scioglibili) complessità di Criterio dei vetri o della parte in versi de La casa esposta (entrambi libri del 2007). Tessuti linguisticamente fitti, è vero. Sono quelle parti che fanno uso di una certa quota di ritmo, omofonie, assonanze, iterazioni, omoteleuti, anagrammi, echi, rime interne, bisticci, anafore, insomma ‘eventi’ fonosemantici, offerti come motori portanti della pagina. Mi domando: non è forse vero che anche in questi (diversi! schizofrenicamente diversi dagli altri) segmenti funziona una messa tra parentesi dell’io (lacaniano: l’adamantino “moi”), non necessariamente grammaticale? E troverei altrettanto vero dire che è semmai in primo piano – come ricaduta di questa messa tra parentesi – una maggiore rilevanza e anzi un vero e proprio dominio del soggetto dell’inconscio (di nuovo Lacan: il “je”).

Tutto questo, senza accedere necessariamente/solamente (ma in certi casi sì) a quella sorta di festa oscura del significante che è sempre stata la – comunque ultravigile – ‘strategia’ testuale di Bene.

Su un simile percorso, aggiungo anche un appunto sulla generazione a cui appartengo.

Ammetto: non riesco, non posso riuscire a riconoscermi, in autori anche della mia generazione che non hanno fatto tesoro delle ombre, del non detto, dell’inconscio verbigerante che frazionava e parlava gli anni in cui il mio linguaggio e quello loro e di tanti come me si formava.

Numerosissimi autori della mia età (direi soprattutto più giovani) si fanno un punto d’onore, nelle proprie scritture, di: dire tutto. Dicono tutto.

Mettono in piedi la macchina testuale proprio come una macchina. E intrecciano i vari fili. Non ne sentono (tattilmente, come crederei inevitabile) gli strappi e disfunzioni e tensioni verso l’esterno.

Organizzano la pagina secondo tutti quegli schemi e temi e figure retoriche e proprietà tissutali certificabili che proprio il periodo storico che la nostra formazione ha attraversato avrebbe dovuto far saltare o comunque mettere in posizione scomoda, diagonale, ostacolante, dubbia, davanti al nostro cammino.

E, daccapo, non parlo di linguaggio solamente, solamente di complessità del dettato. Parlo semmai di ricerca in senso ampio, quindi necessariamente di ciò che non si conosce ancora. Ciò che non è definibile in forma di manifesto, dichiarabile con precisione. (Ciò che, pertanto, esce dal Novecento, anche).

Sostanzialmente la ricerca è – può essere – l’attitudine a muoversi in un territorio che non si conosce di fatto (e che probabilmente in assoluto non è conoscibile) ritracciando contemporaneamente e successivamente all’indietro – nel momento in cui ci si rivolge al bianco della pagina – percorsi/incavi/graffi che restituiscono o meglio proiettano e profilano, anche vagamente, il non conoscere.

Per questo tipo di scrittura non è proprio possibile offrire altro che l’articolarsi stesso della realtà diffratta, ma in oggetti che non funzionano come pesi che tengano bloccata una comunque cristallina visione delle cose. Gli oggetti che compaiono non hanno niente a che fare con una comunità e non possono formarne una, possono semplicemente urtare (contro) le sensibilità altrui spostando gli assi della stessa percezione in forme e modi che chi scrive comunque in ogni caso non prevede, non conosce. Anche per questo non mi capita mai di parlare di progettualità o di artigianato per le scritture di ricerca (un accenno alla questione è qui, volendo: http://gammm.org/index.php/2012/04/05/non-e-un-problema-di-artigianato-gherardo-bortolotti-2010/).

Idem, le scritture di ricerca non possono – in questa prospettiva – avere carattere di moralismo, didattica, parenesi.

Stando e rimanendo semplicemente al mio caso particolare, ma credo in sintonia con vari altri della generazione a cui appartengo (con i quali incidentalmente si è stabilito un sodalizio ormai più che decennale, anche solo pensando al sito gammm), il discorso della scrittura va nettamente separandosi e sciogliendosi da rapporti con la bidimensionalità propria del campo “poesia”, per come viene inteso ancora oggi dalla stragrande maggioranza degli autori che vi si collocano.

In tal senso va o andrebbe interpretata l’espressione, che so controversa, eppure temo ancora utile, coniata qualche tempo fa: “non assertività”. (Non è una categoria, sia chiaro; semmai un’ipotesi per tenere insieme infiniti sensati evidenti slittamenti e deviazioni non più o non solo “stilistici”, di moltissimi autori: qualcuno in Italia, migliaia fuori).

Credo riuscirò ad essere più chiaro nel momento in cui potrò pubblicare un testo pronto ormai da tempo che però funziona come risposta a un’intervista altrui, non ancora uscita (…devo quindi attendere, giocoforza).

Tuttavia, in prospettiva ‘storica’, una possibile risposta sta pure in un dialogo sollecitato da Gianluca Garrapa per SatisFiction: https://slowforward.net/2017/06/26/intervista-a-satisfiction-un-primo-pdf/. E infine in una serie di appunti presi l’estate scorsa in occasione di una lettura a Parigi, che presto o tardi immagino pubblicherò qui su Slowforward. (Come al solito: stay tuned).