“e.” (un testo da “il paziente crede di essere”)

 

E.

Uno biondo molto nervoso con gli occhiali aspetta fuori dal bar provando la coerenza di quanto vede con quanto gli dice l’auricolare. Canta un gallo registrato in un vicolo a fianco, sembrando però molto lontano. Il rumore del ferrarsi di supporti a un cuoio indica una bottega. L’altro, con i capelli neri, ha appena finito di pensare ora mi volto e esco. Non lo lasciano continuare. Un piccolo colpo di tosse discreto al primo piano, il disserrarsi di un portone. Gli sono sopra in cinque. La tv è senza audio, le velature azzurre sono progressive, tutte le macchine sono macchine che passano. Il pomeriggio trattiene tutta l’estate, la piazzetta vuota, l’acqua gettata dalla cannella, la più discreta. Non può finire, per questo finisce. Sul muro medievale scalzato via da un arco di selci, oltre le carcasse, è scritto quasi in spray completato dal gesso: Eraclito

da Il paziente crede di essere
(Gorilla Sapiens, 2016)