dicembre 2003

domenica, 28 dicembre 2003   [link]

Nell’urto

Alcuni autori di ‘scrittura classica’ (loro, non quest’ultima di per sé) edificano in virtù di un motore di buio che li muove. Di Valéry, Joyce, Kafka, Mansfield e altri, scrive Cortàzar che sono tormentati – al passaggio tra XIX e XX secolo – dall’intuizione, opaca quanto ‘tattile’ che «qualcosa eccede le loro opere e che al chiudere il bagaglio di ciascun libro ci sono maniche e fibbie che penzolano fuori, impossibili da rinchiudere; sentono misteriosamente che tutta la loro opera è sollecitata e incalzata da ragioni che desiderano ansiosamente esprimersi ma non riescono a farlo nel libro perché in alcun modo si tratta di ragioni letterariamente riducibili; calibrano, con la portata del loro talento e della loro sensibilità, la presenza di elementi che trascendono qualsiasi intento stilistico, qualsiasi uso edonistico ed estetico dello strumento letterario, e sospettano con angoscia che questo qualcosa sia nel fondo ciò che veramente conta». (Julio Cortàzar, Teoria del tunnel, tr.it. Cronopio, Napoli 2003, pp.18-19).

Al passaggio al secolo successivo, ecco, non più si sente oscuramente l’eccedere del fondo buio del reale (storico e politico e psichico). La mole che schiaccia il tempo è integralmente visibile, pronunciata.


lunedì, 22 dicembre 2003   [link]

In società (siccità)

Il valore di una retorica sta nella usefulness che il tempo vorrà accordarle? Nel fatto che – tra dieci anni – lettori o autori giovani leggeranno e useranno le forme e formule ora inventate o risperimentate per (=al fine di) fare qualcosa (di profittevole)? (In letteratura?). Niente garantisce da adesso – su nulla. Magari future letture sceglieranno questo accento. Ma parlando di valore non si parla di pura (hegeliana) presenza perimetrabile di qualcosa. Il fatto che la materia delle parole che il ventenne o trentenne oggi usa in letteratura sia quella assorbita con il latte dai media e dai mediatori e dai letterati che erano giovani venti o trent’anni fa, non depone automaticamente a favore di questi ultimi.
Né, d’altro canto, esistono adesso garanzie sul lavoro di chi non sarà più giovane quando i rendiconti saranno scritti.
Solo, lasciar scegliere al mercato o a ‘un’ criterio (piana fluente lettura versus sperimentazione irta versus narrazione) è altrettanto puerile quanto pensare che criteri e correnti non esisteranno affatto. Il richiamo all’onestà della (scrittura di) ricerca dunque può valere ancora. Non come prescrizione; semmai come presa d’atto di qualcosa che già c’è.


lunedì, 08 dicembre 2003   [link]

L’incontro di «Atelier» a Palazzo Vecchio

Nei giorni 5 e 6 dicembre scorsi, a Firenze si è tenuto un incontro internazionale di poeti, scrittori e critici intitolato Dopo il Novecento. Prospettive della poesia contemporanea. La promozione e organizzazione era a cura della rivista «Atelier», e particolarmente di Giuliano Ladolfi, Marco Merlin, Federico Italiano. Questi gli interventi programmati:

Roberto Galaverni, Il poeta è un cavaliere Jedi
Edoardo Zuccato, Quale Novecento?
Stefano Guglielmin, Canone e caducità
Paolo Febbraro, La poesia nel suo stato critico
Salvatore Ritrovato, La “sostanza” della poesia
Enrico Francese – Daniele Gigli, Fuggire dal labirinto
Daniele Piccini, Dalle strettoie polemiche ad una difficile nuova libertà
Bianca Garavelli, La forma poemetto nella poesia italiana fra Novecento e Duemila

Hanno letto numerosi poeti, tra cui Spyros Vrettós, Ilja Leonard Pfeiffer, Rosaria Lo Russo, Federico Italiano, Elisa Biagini, Massimo Gezzi e molti altri. Ulteriori contributi critici sono venuti dagli interventi di Mariella Bettarini, Gabriella Sica, Lelio Scanavini (per la Redazione del «Segnale»), Roberto Pasanisi («Nuove Lettere»), Giovanna Frene, Rinaldo Caddeo, del sottoscritto e di vari altri autori.

Qui di séguito propongo una piccola parte del mio intervento di venerdì pomeriggio. Il titolo del testo intero è La continuità del senso (inteso, il “senso”, secondo la lezione kantiana di Emilio Garroni, come senso-non-senso) e comparirà su «Atelier». Qui estraggo una piccola parte dei paragrafi VI e VII:

Vorrei richiamare l’attenzione sulla centralità di una nuova freddezza, oggi presente in molti esperimenti di autori contemporanei. Giovani e non giovani.

Senza assolutamente dare a “freddezza” un connotato negativo. Rientrerebbero in questo possibile àmbito o ipotesi: la scrittura metaforica-metamorfica di Valerio Magrelli; le intermittenze di autoanalisi, e riferimenti ipercolti, di un autore come Giuliano Gramigna (si veda il notevolissimo Quello che resta, Mondadori, Milano 2003); lo sguardo algido, distaccato, che viene dai ritratti a penna di Valentino Zeichen; la superfetazione di immagini e storie, eccessive e ‘ciniche’, della poesia di Simon Armitage; la ‘crudeltà’ fotografica e però narrativa di Robin Robertson.
Si tratta di una scrittura cool, con forti basi di ‘ossessione dell’osservazione’ (il referto, lo scatto b/n da morgue, o l’accensione da stampa cybachrome) che può nascere indifferentemente da scelte e studio rigorosi – al limite dell’ascesi – come dall’incandescenza di storie individuali, oppressione, dolore, lutto.
Dunque dalle scritture per eccellenza fredde (Beckett, Ponge, gli autori ‘del segno’: di «Tel Quel» e «Anterem», anche) e da quelle per eccellenza calde (beat, Burroughs, Artaud): questo, dovendo elencare filiazioni ‘solo letterarie’. (Ed è un errore: si dovrebbe semmai – o in parallelo – cercare nella direzione della musica, nel jazz, nell’hip hop, nella fotografia e negli oltraggi di Matthew Barney, di Nan Goldin, fino al gelo puro di Boltanski, agli interni ostili di Luisa Lambri, ai set di David Lynch).
Quali i nomi? Certo, molti esempi sono di voci femminili: Florinda Fusco, Elisa Biagini, S/z Mary, Sara Ventroni, Paola Zallio, Alessandra Greco, Laura Pugno, Giovanna Frene.
Va forse anche analizzato ancora, in questa stessa ottica e facendo riferimento p.es. al lavoro di Pleynet, o a quello diverso di Noël, il legame di prosa e poesia: pensiamo a Massimo Sannelli, Fabio Simonelli, Alberto Pellegatta, e di nuovo a Zallio e Pugno; ma anche a Stefano Dal Bianco. Non a caso il numero V-VI di «YIP – Yale Italian Poetry», riferito al 2001-02 ma uscito recentemente, dedica un’interessante inchiesta esattamente alla prosa poetica.

Eccedere e – continuamente – oltrepassare i bordi del lavoro di Fortini, di Pasolini, di Sereni, di Roversi, della neoavanguardia, come delle scritture ‘classiche’ (Cristina Campo, Montale), è quanto conserva e insieme e vitalmente riusa e altera le forme del Novecento, in un campo e tempo comunque cambiato, indecifrato. (Ma: cifrabile).

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